28, Novembre, 2022

La “Valle dell’Inferno”, storia e antiche leggende nei secoli

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La “Valle dell’Inferno” si estende lungo l’argine del fiume Arno ed è compresa tra il Ponte Romito e quello dell’Acqua Borra. L’aspetto odierno dell’area, sereno e placido, fa pensare che l’appellativo infernale, attribuito alla Valle, sia legato a un lontano passato e  leggende segrete. Al tempo stesso, il mistero e la paura di questo luogo hanno alimentato storie e miti, come quella dei “pani del diavolo”.

Nel corso dei secoli, il nome stesso “Valle dell’Inferno” e le sue storie hanno dato vita a una forte curiosità e un alone di mistero. Spesso gli abitanti della zona si sono fatti talmente suggestionare da credere a bizzarri racconti. Fulvio Bernacchioni e Laura Bonechi, ne Storie e leggende nella Valle dell’Arno: “A Levane, si facevano strani ritrovamenti: sassi di varie dimensioni ma con una particolarità, erano vuoti all’interno. C’era anche chi, scuotendole, aveva udito dei rumori, un fatto strano per una pietra. Alcuni contadini, nell’arare, le avevano spezzate e avevano notato che dentro erano cave e costellate di moltissimi aghi biancastri. La gente non aveva dubbi: qui c’era lo zampino del maligno e quelli erano i “pani del diavolo”!”. La storia di queste particolari pietre rinvenute nella Valle dell’Inferno era ormai molto diffusa, tanto che degli studiosi si erano recati a Levane proprio per studiarle. Il naturalista del XVIII secolo, Giovanni Targioni Tozzetti, scrisse: “In certe colline sopra a Levane si trovano solo infinite Agoraiuole, molte delle quali racchiudono dentro di se bellissime e perfettissime gugliettine di spato cristallino“. Egli, talmente ne rimase affascinato, andò nella Valle per vederle di persona, ma da scienziato capì subito che si trattava di un fenomeno mineralogico. Ovviamente, non si trattava dei “pani del diavolo”, ma di geodi contenenti aragonite. Tuttavia, anche se nessuno ne parla di più, questo “mito”, o meglio “castigo” inflitto dal diavolo, è sopravvissuto a lungo a Levane.

 

Un’altra interessante leggenda della Valle dell’Inferno è, invece, legata al più importante autore toscano, Dante Alighieri. Si narrava che il sommo poeta, di passaggio in Valdarno, avesse visto un traghettatore far attraversare ai valdarnesi questo tratto pericoloso dell’Arno. Questo evento avrebbe ispirato la figura del traghettatore infernale Caronte, presente nel canto III dell’Inferno.

Tuttavia, anche se queste leggende sono molto affascinanti, molto probabilmente la Valle deve il suo nome proprio all’aspetto impervio che il fiume Arno assume in questo tratto. Le ripe scoscese e verticali, rivestite da una ricca vegetazione e il forte rumore prodotto dall’acqua che vi si abbatte facevano pensare all’inferno. Infatti, la Valle dell’Inferno è uno stretto canale che si estende per 5 chilometri di lunghezza, ai tempi molto difficile da navigare. Lo stesso Giovanni Targioni Tozzetti nel XVIII secolo: “Da esso Ponte al Romito principia l’angusto dirupato e tortuoso canale della Valla dell’Inferno, lungo circa tre miglia e mezzo, tagliato a traverso di pendici sassose, non navigabile, anzi pieno di risalti di filoni, di massi, i quali rompono l’urto delle acque”. Proprio per questi motivi, coloro che avevano l’ardire di traversare il fiume correvano molti rischi, come ad esempio “i foderatori“. Questi avevano il compito di trasportare via fiume il legname del Casentino fino a Firenze e Pisa. Il loro nome deriva dal fatto che i tronchi di legno venivano legati assieme per formare delle “zattere”, chiamate appunto “foderi”, per poi essere trasportati dal fiume. Così, i foderatori erano dei veri e propri navigatori fluviali, che in piedi su queste instabili zattere di tronchi dirigevano nella corrente del fiume il robusto legname. Si racconta che, forse, furono proprio i foderatori a denominare questo tratto di fiume “infernale”, dati i pericoli che molto spesso incontravano nella navigazione. L’aspetto della Valle dell’Inferno cambia profondamente dal 1956, a seguito della costruzione della diga di Levane. Infatti, la diga e, soprattutto, la formazione dell’oasi di Bandella, hanno trasformato l’area in una zona lacustre che ha attirato numerose specie animali. Dal 10 luglio 1996 è stata dichiarata Riserva Naturale.

 

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