17, Aprile, 2024

Da Riscaggio a Firenze. La cava di Chelli e l’importanza storica della “Pietraforte”

Articoli correlati

In Vetrina

Più lette

In Vetrina

La “Pietraforte” è la pietra da costruzione più usata nei secoli per i palazzi del centro storico di Firenze. Però non tutti sanno che una delle più grandi cave per l’estrazione di essa si trova proprio in Valdarno per la precisione nel comune di Reggello, vicino a San Clemente, in località Riscaggio. Ecco la sua storia fra passato e presente.

Una delle attività più produttive dell’area di San Clemente fu senz’altro l’estrazione della pietraforte Riscaggio presso l’omonima cava. Essa risulta essere la più grande cava a cielo aperto di epoca Carolingia per questo tipo di pietra, già in uso nel periodo longobardo. La Pietraforte, detta anche pietra Riscaggio, è la vera pietra da costruzione di moltissimi palazzi a Firenze, come Palazzo Vecchio, Palazzo Strozzi Palazzo Medici Riccardi, il museo del Bargello con Palazzo Pinti e non solo. L’uso della pietra di Riscaggio aveva, infatti, molti vantaggi: in primis, la qualità e durevolezza, poi la possibilità di scegliere i vari tagli di pietra da usare, così come  la facilità di trasporto dalla cava tramite delle semplici zattere per il fiume Arno. Inoltre, si presentava anche molto compatta e quindi utile in casi di intemperie, interessante sapere che per questo motivo veniva anche chiamata “colombina” perché era utilizzabile anche in alto dove solo i colombi potevano arrivare. L’inizio dell’attività di estrazione non è noto, così come l’effettiva chiusura e abbandono del sito, che però non è molto lontano del tempo.

Per questi motivi, la cava di Riscaggio divenne molto nota e produttiva nel Rinascimento. Il suo utilizzo non si fermò solo ai palazzi, infatti venne usata per edificare strade, piazze e pavimentazioni varie in tutta Firenze. Dal 1300 per Palazzo Vecchio, passando al 1500 per il Bargello e Palazzo Pitti, il legame fra la cava di San Clemente e la città di Firenze si consolidò. Fino ad arrivare a Firenze Capitale, dal 1865 al 1871, quando la pietra di Riscaggio venne usata anche per la stazione Maria Antonia e poi nel 1930 per la galleria della stazione Santa Maria Novella.

L’ingente impiego della pietraforte portò alla cava di Riscaggio sempre più lavoratori e così la zona accolse anche un piccolo agglomerato urbano, nella località che ancora oggi prende il nome di Chelli. Dal XI secolo, tra la parete rocciosa e il letto del fiume, sempre più famiglie in cerca di lavoro si trasferirono in questa striscia di case, dove fra l’altro si lavorava e spediva la pietra. Generini, Nardi, Ricci, Bugli, Bencivenni e Beccaponci, sono alcuni nomi di famiglie che vi abitarono a lungo, di generazione in generazione, lo stesso nome “Chelli” deriva da una delle prima famiglie che vi abitò. Valerio Pandolfi in “Conoscere San Clemente”:

All’interno del cantiere, ogni famiglia aveva una propria specializzazione, con i grandi massi una volta caduti nel piazzale iniziava il processo di lavorazione, la prima operazione consisteva nel separare le lastre per la realizzazione delle pavimentazioni delle strade e piazze, le altre pietre venivano utilizzate come materiale da costruzione, mentre con quelle più lunghe si ottenevano le architravi e stipiti per porte e finestre, il materiale senza imperfezioni passava dai tagliatori che con delle seghe ad acqua squadrando le varie pietre e le rendevano pronte all’uso, ultima operazione era la finitura superficiale, per questa entravano in opera gli scalpellini, con un martello e scalpello rendevano le sei facce della pietra precisa nelle dimensioni e gradevole alla vista, altra lavorazione si otteneva con il bugnato, operazione che veniva eseguita con un particolare scalpello e precisi colpi di mazza, il risultato finale di questa tecnica è possibile ammirarla sulle colonne interne della chiesa di Rignano.

Lavorare all’interno di una cava è un tipo di occupazione molto pesante, anche se la tecnologia moderna ha in qualche modo alleggerito il carico di lavoro, coloro che vissero in tempi remoti trovarono anche delle soluzioni alternative. Per staccare i grandi massi dalla parete veniva versato dell’aceto nelle venature della pietra che scioglieva il calcare. Negli spazi che si creavano poi veniva versata dell’acqua che si trasformava in ghiaccio, aumentando il volume si staccava dalla montagna. Dopo, venivano messi anche dei pezzi di legno per far collassare i grandi blocchi.

Ciò accadeva d’inverno, mentre in estate la tecnica era diversa. Al posto dell’acqua, nelle venature venivano messi semi d’orzo e avena irrigati d’acqua continuamente, ciò portava all’aumento del volume e poi alla frattura nella medesima maniera.

Fonte storica utilizzata: “Conoscere San Clemente. Le origini del nostro futuro” di Valerio Pandofi 

Articoli correlati