13, Luglio, 2024

L’eccidio di Pian d’Albero a 80 anni dall’accaduto: la ricostruzione del tragico capitolo della Resistenza italiana

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Sono passati 80 anni dall’eccidio nazifascista perpetrato a Pian d’albero, località nelle colline figlinesi, il 20 giugno 1944. Quel giorno 39 persone persero la vita in  un rastrellamento tedesco nel Casolare della famiglia Cavicchi. La strage di Pian d’Albero rappresenta uno degli episodi più tragici della Resistenza Italiana, avvenuto in un contesto storico segnato dalla repressione, violenza, paura e ingiustizia.

La strage di Pian d’albero e la vicenda della Brigata Sinigaglia si inseriscono in un contesto storico molto particolare. Nel 1944, infatti, durante la Repubblica Sociale Italiana, il governo fascista guidato da Mussolini introdusse severe leggi per osteggiare la diserzione e garantire l’arruolamento nelle forza armate del governo. Nel maggio 1944 fu introdotta la pena di morte per coloro che non si arruolavano. In risposta a questa legge, a sud di Firenze, nell’area del Valdarno, le prime brigate partigiane iniziarono a formarsi: è il caso della Brigata Sinigaglia. Questa deve il suo nome a Alessandro Sinigaglia, il “Vittorio”, ex comandante dei GAP fiorentini morto nel febbraio del 1944 e venne ufficialmente organizzata nel giugno dello stesso anno. Si trattava di una brigata partigiana molto grande, divisa in due sezioni, che aveva come punto di riferimento proprio il casolare della famiglia Cavicchi a Pian d’albero. Al casolare giungevano giovani partigiani in fuga, che cercavano un rifugio per la notte, ma accadeva anche che in questo luogo i partigiani “esperti” addestrassero i più giovani.

La strage di Pian d’albero è preceduta da un episodio poco noto, che molto probabilmente è stato la causa dell’attacco tedesco ai danni dei partigiani nella mattina del 20 giugno 1944. La notte precedente, infatti, un ristretto gruppo di partigiani aveva avuto uno scontro a fuoco con due tedeschi, uno dei quali viene fatto prigioniero per poi essere ucciso e gettato sul bordo di una strada come monito ai nazisti. Questa azione venne definita da molti “una bravata partigiana che non metteva in conto le conseguenze”, però ai tempi questi tipi di attacchi erano molto frequenti da ambo i lati. In ogni caso, si giunge alla mattina del 20 giugno quando le truppe tedesche stanziati poco distanti cercarono vendetta presso Pian d’albero.

I giorni precedenti all’agguato al casolare Cavicchi erano stati piovosi, ciò è importante per vari motivi: i tedeschi hanno potuto facilmente seguire le tracce lasciate nel fango dai partigiani e dalle loro auto e, poi, il casolare era gremito di partigiani in cerca di un rifugio la notte. Nella settimana precedente si registrano, poi, numerosi nuovi ingressi presso la brigata, sopratutto dal sud di Firenze, Matteo Barucci nel suo libro riporta: “Ci siamo decisi l’altro giorno. A casa non si può più stare. Prima o poi i fascisti ci avrebbero beccati. Ora si va coi partigiani“. Quella notte ben 30 giovani erano stati mandati a Pian d’albero per essere iniziati all’addestramento, oltre ai 20 partigiani più esperti e alla famiglia Cavicchi. Come spesso accadeva, nessuno dei partigiani presenti sapeva dell’episodio della sera precedente, quindi i tedeschi li trovarono impreparati.

Alle prime luci dell’alba del 20 giugno 1944, i tedeschi iniziarono a ripercorrere i passi e gli spostamenti dei partigiani nella notte. Non è noto tutt’ora come questi abbiano trovato Pian d’albero, ma purtroppo è certo quello che accadde dopo. Come ogni mattina, la famiglia Cavicchi iniziò la giornata con i soliti compiti, il piccolo di casa Aronne uscì per vedere le pecore, la mamma era andata a prendere l’acqua, il padre stava lavorando all’esterno. Nel mentre anche i partigiani presenti si erano svegliati nella stanza del lato occidentale del casolare e avevano iniziato la loro giornata, come Ermanno e Ennio Capanni che erano fuori a lavarsi il viso quando da lontano avvistarono i tedeschi.

I soldati tedeschi si avvicinarono sparando e molti partigiani si misero in fuga verso i boschi vicini, purtroppo alcuni vengono feriti, altri vengono subito uccisi. Coloro che si rintanarono all’interno del casolare hanno avuto vita breve, data l’impreparazione e la mancanza di armi. Alla fine dell’attacco i tedeschi incendiarono le capanne esterne, proibendo la fuga ai partigiani. Per fortuna, però, delle donne e bambine riescono a salvarsi nascondendosi in un’altra parte del casolare, fra queste c’era Giuseppina Cavicchi, sorella di Aronne e unica testimone diretta della strage fino al giorno della sua scomparsa nel gennaio 2022.

La velocità dell’attacco tedesco non permise il soccorso di altre brigate stanziati li vicino, molti testimoni hanno raccontato che l’incursione è durata poco più di mezz’ora. Purtroppo, ciò non è bastato a limitare il numero delle vittime: una volta terminato il conflitto una brigata di sovietici si presentò al Casolare, Matteo Barucci scrive:

Intanto i tedeschi sfondano la porta del casolare, che era stata serrata dai tedeschi, come è convinzione delle donne, ma probabilmente da qualche partigiano per difenderle e fanno uscire Giuseppina. La scena che si trovano davanti è quanto più desolante possibile, con cadaveri ovunque al casolare“.

C’è un altro lato della storia purtroppo: i tedeschi non lasciarono Pian d’albero soli, ma portarono con loro ben diciannove prigionieri. Questi vennero scortati di fronte alla chiesa di Sant’Andrea in Campiglia e rinchiusi nelle stalle adiacenti. Fra questi 19 prigionieri, c’era anche il giovanissimo Aronne Cavicchi, con il padre Norberto e il nonno. Dopo ore di attesa, venne svolto un “processo” ai civili e poi ai partigiani stessi, dove l’origine contadina dei Cavicchi non venne considerata, ne tantomeno venne presa in considerazione l’età di Aronne, all’epoca dodicenne. Le persone vennero poi allontanate a gruppi, senza aver capito la sentenza, per sparire per sempre. La condanna fu la peggiore: impiccagione per tutti.

Cosa resta oggi della strage di Pian d’Albero? Dai tragici eventi del 20 giugno 1944 di Pian d’albero è stato anche tratto un film nel 1983 dal titolo “Aronne”, a cura del regista Fabio del Bravo, a seguito un breve estratto dell’attacco tedesco al casolare Cavicchi:

Nel 2017 è stato anche realizzato un graphic novel basato sulla storia di Aronne e di Pian d’Albero, reso possibile grazie alla ricostruzione storia di Matteo Barucci e Gabriele Mori.

Infine, nel 2021 il Casolare Cavicchi è stato inserito nel “Sentiero della Memoria”, un percorso ad anello che tocca i luoghi in cui si sono perpetrati eccidi o stragi nazifasciste durante la seconda guerra mondiale con pannelli informativi lungo il tragitto. Così come ogni anno, per la ricorrenza, viene svolta una commemorazione sul luogo degli eventi deponendo delle corone di fiori al Casolare e a Sant’Andrea in Campiglia.

Quel 20 giugno di 80 anni fa, la vita di trentanove persone venne spezzata per sempre, così come quella dei testimoni civili della strage, che hanno portato il ricordo di quell’attacco con loro per tutta la vita. Un ricordo oscuro, che al giorno d’oggi appare inconcepibile. Proprio per questo diventa fondamentale ricordare e commemorare le vittime delle numerosi stragi nazifasciste che hanno segnato il nostro territorio. Ricordare per conoscere e conoscere per fare in modo che ciò non avvenga mai più. Hannah Arendt scrisse: “È nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato“, ricordare e conoscere diventa così l’arma più affilata che l’umanità possegga per fare in modo di non trovarsi mai più chiusi in un casolare a fuoco o in una stalla in attesa della fine.

Matteo Barucci, Sulla strada per Firenze: la brigata Sinigaglia e la strage di Pian dell’albero. 20 giugno 1944

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