25, Aprile, 2024

Tesori sepolti: la storia dei “Cacciatori di fossili” nel Valdarno del XIX secolo

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Al Museo Paleontologico di Montevarchi, sono custoditi numerosi fossili scoperti nei secoli  nel territorio valdarnese, culminando con la recente scoperta del 2017 del Mammuthus meridianalis.

Tuttavia, il periodo d’oro del Museo e dell’Accademia Valdarnese del Poggio è il XIX secolo, quando un gruppo di “cacciatori di fossili” creò una fitta rete di contatti per tutelare le loro scoperte dando vita così a quello che, ad oggi, è uno dei musei paleontologici più significativo d’Italia.

Sul Museo Paleontologico
L’Accademia Valdarnese del Poggio, fondata nel XIX secolo, ebbe sede nell’ex convento dei francescani a Figline, dove iniziarono a formarsi la futura Biblioteca Poggiana e il museo paleontologico. L’allora Presidente dell’Accademia, Giacomo Sacchetti, fu molto abile nel coinvolgere direttamente i cittadini nel cercare i fossili grazie anche a premi in denaro. Fu, però, grazie alle donazioni private che la collezione dell’Accademia crebbe rapidamente: è il caso della donazione del monaco vallombrosiano Domenico Molinari al suo amico Sacchetti.  La presenza di eminenti studiosi locali e internazionali, come Giovanni Capellini, contribuì ulteriormente all’incremento del patrimonio e alla formazione di una rete di relazioni nel campo della paleontologia.

Il periodo d’oro dei “cacciatori di fossili”
All’inizio del XIX secolo, l’Accademia Valdarnese del Poggio iniziò a mettere insieme una vasta collezione di fossili, che ancora oggi è ospitata all’interno della mura del Museo Paleontologico nel cuore di Montevarchi. Di recente scoperta, la pubblicazione di un vasto carteggio mette in luce aspetti nuovi ed interessanti in merito a quello che a tutti gli effetti può essere definito come il periodo d’oro della ricerca di fossili in Valdarno. Infatti, nel 1800 un gruppo di ricercatori di fossili formò una fitta rete di contatti e relazioni anche nel resto d’Italia. Al giorno d’oggi, si potrebbero definire anche dei veri e propri “cacciatori di fossili”. L’importanza di fare scavi nel territorio valdarnese nel 1800 ha portato alla costruzione di uno dei Musei paleontologici più significativi in Italia.

Una delle figure più importanti del periodo fu Francesco Martini, Segretario dell’Accademia Valdarnese ottocentesca. Nel suo ruolo, infatti, egli amministrò la cultura e l’economia del territorio con la volontà, ma anche con la consapevolezza, di star dando vita a una raccolta di fossili eccellente. Di Martini è noto il motto “Nos populo damus!”, che trasmetteva a pieno lo spirito dell’epoca di voler trasmettere ai postumi, con la raccolta, uno strumento al servizio della comunità e del sapere. Molti nomi hanno orbitato attorno alla “caccia dei fossili”, autori delle lettere presenti nel libro “In decoro del Valdarno e ad incremento della scienza” di Giuseppe Tartaro.

Le lettere originali sono tutt’ora conservate nell’archivio dell’Accademia, mantenendo ferme nel tempo questi particolari scambi epistolari fra i “cacciatori” valdarnesi e molte autorità del campo fiorentine e non solo. Da esse, nella loro totalità, emergono chiaramente gli intenti dei cercatori di fossili e dell’Accademia stessa, come l’assoluta volontà di fornire al pubblico materiale “scientificamente” monitorato e il rapporto fondante col Museo di Firenze. Centrale nelle lettere le figure di Tito Cini, camerlengo e vice-presidente dell’Accademia e Enrico Bercigli, conservatore delle Collezioni Paleontologiche dell’Istituto Superiore di Firenze, che curò il restauro di molti fossili scoperti in Valdarno.

Bercigli scrive a Cini, lettera del 26 giugno 1881: “Appena finito il lavoro di pulitura e restauro dell’Elefante verrò almeno per un momento a Montevarchi onde combinare insieme la maniera di montarlo e disporlo in modo che faccia effetto. Questo bacino senza tema di errore, Le assicuro, ha appartenuto all’Elefante il più colossale che abbia vissuto sulla terra“.

Ancora Bercigli in un’altra lettera del 1 luglio 1881: “Ricevei puntualmente la cassa contenente i pezzi staccati del cranio e ci trovai anche qualche frammento di bacino, come avevo previsto. Ho riattaccato di già diversi pezzi e devo dirle sin d’ora che che quando saranno riuniti verrà un pezzo stupendo”. 

Lo scambio fra Bercigli e Tini segnala fortemente la percezione della ricchezza del patrimonio paleontologico valdarnese con la possibilità di ricostruire nel dettaglio le provenienze dei fossili per le vetrine del museo montevarchino. Al giorno d’oggi, sembra una cosa normale, ma all’epoca non era scontato che nell’800 un gruppo di studiosi avesse questa concezione di tutela del patrimonio di un territorio.

Giovanni Cappellini a Tito Cini, 29 gennaio 1884, dopo una disamina sulle specie di fossili valdarnesi scrive: “Quando il Valdarno sarà bene studiato io penso che vi riscontreranno piani diversi e, senza fare tante collezioni secondo i piani, basterà indicare nel caso nei cartellini l’esatto orizzonte dal quale pervennero i diversi esemplari“.

All’interno del libro di Giuseppe Tartaro sono presenti tantissime lettere. Molte di queste segnalano anche rapporti stretti con i cittadini, una vera e propria caccia ai fossili che, però, non sempre finiva bene:

Tito Cini a Bercigli il 23 febbraio 1883: “Ieri dal Proprietario del Podere (che è un pover’uomo) seppi che il contadino del Tasso aveva trovato dei fossili e questa mattina mi son portato al Tasso per vederli. Il contadino mi ha detto che non aveva trovato niente! La gita è stata inutile! (…) Lunedì scorso, chiamato da un contadino delle Ville, vi andai ma non trovai niente, altro che pezzetti informi. Si ricordi, se viene In Valdarno che io ora sto in Paese e che, se viene da me, mi farà sempre un favore“.

Il carteggio si estende dal XIX al XX secolo, coprendo un lasso di tempo davvero notevole. L’ultimo scambio che il Tartaro riporta è del 1907, fra Tito Cini, ora Presidente dell’Accademia, e il Prefetto d’Arezzo, che in questo caso cercò di fare da mediatore fra i proprietari di un terreno e i fossili li rinvenuti dall’Accademia. Tuttavia, non mancarono le difficoltà legate alla proprietà privata e alla trattativa per l’acquisizione dei fossili rinvenuti. Il carteggio tra i membri dell’Accademia e le autorità locali, come il Prefetto d’Arezzo, documenta gli sforzi compiuti dai “cacciatori di fossili” nel gestire tali questioni.

In conclusione, si è così delineato un quadro in cui si può vedere che in Valdarno ci furono studiosi e ricercatori appassionati e intenti a creare un patrimonio, fruibile ancora oggi. Non è, poi, scontata l’avanguardia con cui questi “cacciatori” agirono secoli fa in un territorio che era marginale rispetto ai grandi centri urbani dell’epoca.

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