21, Maggio, 2022

Nel Giorno del Ricordo il racconto di Anna Maria Manzoni, arrivata al Campo profughi di Laterina a 8 anni

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Il ricordo di una bambina che con la sua famiglia fu costretta a lasciare Albona nel 1948 e arrivò al Campo Profughi di Laterina: qui la vita è raccontata, oggi, proprio attraverso gli occhi di quella bambina, fra giochi e studi. Il racconto ‘tocca’ altre realtà valdarnesi, dal collegio delle suore di San Giovanni fino alla diga della Penna

Nel Giorno del Ricordo, pubblichiamo una lettera-testimonianza di una delle tante bambine che trascorsero alcuni anni della loro vita, da profughe, all'interno del Campo di Laterina. Era il 1948 quando Anna Maria Manzoni, con i genitori e la sorella, arrivò a Laterina: e di quel periodo conserva ancora dei ricordi particolari, legati non solo al Campo ma più in generale al Valdarno. Una testimonianza raccolta grazie a Claudio Ausilio, Delegato provinciale per Arezzo dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. 

 

Non mi è facile ritornare all'autunno del lontano 1948 quando a otto anni mi ritrovai improvvisamente ad abbandonare la natìa Albania per giungere dopo un travagliato e doloroso viaggio al Campo Profughi di Laterina. Ancora oggi, sono impressi nella mia mente alcuni episodi di cui vi voglio fare partecipi.

S. Nicolò di Bari, 1948
Benché i nostri genitori fossero assillati da tanti problemi, non volevano farci mancare i regali che San Nicolò ci avrebbe portato la notte del 5 dicembre, come era la tradizione in quasi tutta l'Istria. Noi, come tutti gli altri bambini, eravamo in attesa del Santo con impazienza. Siccome le mamme non avevano sufficiente denaro, sapete che cosa escogitarono per procurarselo? Determinate, con le idee chiare, formarono un bel gruppo e, sacchi in spalla, partirono una mattina all'alba verso il lontano Casentino, ricco di boschi con castagni, querce, noci, i cui frutti aspettavano di essere raccolti. Il percorso più lungo del previsto, male equipaggiate, con scarse riserve di cibo, le nostre mamme erano però sorrette da una gran voglia di riempire i loro sacchi con castagne e ghiande, che trascinarono a valle con fatica, perché molto pesanti. Quasi tutto il raccolto fu venduto ai contadini, ricavandone un bel "gruzzoletto" necessario per acquistare i regali.
San Nicolò aveva fatto il suo dovere, arrivando fortunatamente anche al Campo di Laterina. La mattina del 5 dicembre, contente e curiose, mia sorella Gianna ed io, aprimmo i pacchi ben panciuti, dai quali spuntarono mandarini, arance, noci, caramelle, piccole cioccolate e altri dolcetti che incominciammo subito a "spiluzzicare" con euforia. Non ci rendemmo conto che tutto quel ben di Dio costò alla mamma fatica e sacrificio. 

(Anna Maria nel giorno della Comunione con i genitori e la sorella)

 

Il collegio 1948/49
Ad ottobre la scuola non era ancora funzionante perché non fu facile organizzare classi sufficienti per tutti i bambini, così l'inizio slittò di alcune settimane. Poiché si correva il rischio di perdere l'anno scolastico, papà pensò che la soluzione migliore fosse di mandarmi in collegio fino a giugno. Quando me ne parlò, subito non mi resi conto della cosa, nel mio cervello si affollarono pensieri confusi. Cos'era un collegio? Sarei andata lontano? Per quanto tempo? Ero agitata, capii subito che avrei lasciato la famiglia, i giochi all'aria aperta con gli amici in allegria, e perché no, anche il letto a castello, per me una novità, in cui mi piaceva dormire. 
Si avvicinò il giorno della partenza che fu triste pure per i miei genitori. Arrivati a San Giovann Valdarno, ci dirigemmo verso il Collegio, nel centro della cittadina. Le suore ci accolsero con genitlezza e cordialità. Dopo i convenevoli arrivò il distacco da mamma e papà, il momento per me più difficile da superare. Non piansi, con un 'groppo' in gola li abbracciai e baciai, mentre una suora mi prese dolcemente per mano conducendomi in un salone. Qui dentro c'erano tante bambine che mi accolsero sorridenti, guardandomi con curiosità, ciò mi rassicurò e mi aiutò nel mio nuovo cammino.
In collegio i mesi trascorsero velocemente. Mi ambientai bene, sentivo di essere benvoluta dalle suore che mi aiutarono con pazienza, sia nello studio, sia nei momenti di malinconia. E poi, fu molto importante l'amicizia con le compagne che si rafforzava giorno dopo giorno: quasi tutte erano orfane di entrambi i genitori, dei quali sopportavano la mancanza coraggiosamente. Solo allora mi resi conto di essere fortunata perché avevo mamma e papà che mensilmente venivano a trovarmi e che tra poco mi avrebbero riportato a casa. 

Rientro al Campo 1949
Arrivò giugno con la promozione in quarta elementare e il ritorno a casa. A dire il vero, lasciai il collegio con un pizzico di nostalgia, ma il richiamo e l'affetto della famiglia erano più forti. La combriccola di amici mi accolse con entusiasmo, con loro avrei condiviso giochi, scorrerie nelle campagne interne al campo, nascondersi tra le alte foglie di tabacco, nuotare nell'Arno, soprattutto correre liberamente all'aria aperta. […] Un pomeriggio di luglio decidemmo di fare una spedizione alla Diga della Centrale Elettrica, di cui avevamos entito parlare dai 'grandi'. Ci incamminammo in fila indiana, tra l'erba alta e il sole che picchiava. I maschi precedevano noi femmine, tutti in allegria, ci sentivamo piccoli esploratori, proprio come nei film visti in oratorio. 
La diga era più lontana del previsto. Sudati e un po' stanchi, non vedevamo l'ora di rinfrescarci con un bel bagno. Dopo aver attraversato un bosco, all'improvviso scorgemmo la sagoma della famosa Centrale, della quale non immaginavamo la grandezza e l'ampio invaso che pareva una piscina. C'era chi voleva fare subito il bagno, chi aveva paura, e la maggioranza aspettava che qualcuno facesse il primo tuffo. L'euforia del primo momento s'era smorzata, forse per il colore dell'acqua, non limpida ma cupa, verdastra tendente al marroncino, stagnante. Certamente non era l'acqua corrente dell'Arno a cui eravamo abituati. La prima prova spettava a Sergio, il capo, che non poteva tirarsi indietro. Seguirono un po' diffidenti quasi tutti gli altri. Entrai anch'io in quell'acqua scura, di cui non si vedeva il fondo, e si nuotava faticosamente per restare a galla. Uscimmo quasi subito, un po' delusi e anche un po' impauriti, ma con la soddisfazione di averci provato. 
Intanto al Campo tutti i genitori, già al corrente della nostra gita, ci aspettavano preoccupati con ansia, perché loro sapevano che era proibito avvicinarsi e bagnarsi nella diga. Noi tutti ci rendemmo conto della nostra incoscienza e del pericolo corso, convinti che era meglio ritornare al nostro vecchio caro amico Arno. 

(Anna Maria, la sorella Gianna e altri bambini del Campo di Laterina)

 

[…]

Inaspettatamente, alla fine di febbraio 1951, venne comunicato ai miei genitori il trasferimento alle Casermette di Torino. Fu un radicale cambiamento nella vita della nostra famiglia, pronta ad affrontare nuovi problemi, sorretta però dalla speranza di un futuro migliore. 

Anna Maria Manzoni

Glenda Venturini
Capo redattore

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