14, Agosto, 2022

Lorenzo Grazzini, a Pechino con tutta la famiglia anche con la pandemia: Rimanere qui, scelta difficile. Ma lo rifaremmo

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Da alcuni anni Lorenzo vive e lavora in Cina, ed rimasto anche quando scoppiata la pandemia da coronavirus: abbiamo raccolto la sua testimonianza. Dal Valdarno le nostre famiglie, allinizio, ci chiedevano di tornare, ma abbiamo scelto di rimanere a Pechino, ed stato giusto cos: per dura non poter ancora tornare a trovare le nostre famiglie, anche perch nel frattempo nato il nostro terzo figlio

Lorenzo Grazzini è montevarchino, ma con la moglie, anche lei di Montevarchi, e i loro figli, da anni vive e lavora a Pechino. La sua testimonianza sull’esperienza della pandemia, che Valdarnopost ha raccolto in questo percorso insieme ai valdarnesi che vivono all’estero, è dunque particolarmente significativo: perché è dalla Cina che, a inizio 2020, ha avuto tutto inizio, con lo scoppio dell'epidemia di Covid-19 a Wuhan.

Qual è stato il momento in cui avete capito che la situazione era grave?
“Con tutta la famiglia, a gennaio 2020, mi trovavo in Vietnam per una vacanza già programmata. Mentre eravamo lì, hanno iniziato ad arrivare notizie piuttosto preoccupanti, sul numero dei casi di Wuhan, e abbiamo iniziato a capire che non era una cosa semplice.  All’inizio l'allarme ci arrivava, a dire il vero, soprattutto dai nostri parenti dal Valdarno. Poi da Pechino ci hanno comunicato che era imminente la chiusura dei confini della città per limitare i contagi di questa epidemia: dovevamo decidere se tornare in Cina, e farlo subito, oppure se non rientrare e andare in Italia, in attesa dell’evoluzione”. 

Perché siete tornati in Cina?
“Devo dire che non è stata una scelta semplice, specialmente con i familiari e gli amici che dall’Italia ci chiedevano di non farlo, perché ovviamente preoccupati dalle notizie che arrivavano da Wuhan. Ma abbiamo pensato che se fossimo andati in Italia poi sarebbe stato difficile rientrare a Pechino, tornare a lavoro: ed in effetti è andata così, tanto che tuttora è quasi impossibile rientrare a Pechino città venendo dall’estero. Non avevamo la percezione della portata che avrebbe avuto l’epidemia, e in più i colleghi da Pechino ci rassicuravano sul fatto che il posto più protetto, più sicuro, sarebbe stato proprio quello. Insomma siamo ritornati a Pechino, con uno degli ultimi voli che lasciavano entrare. E oggi posso dire che, anche tornando indietro, rifarei la stessa scelta”. 

Perché? Come è stata gestita la situazione a Pechino?
“Appena rientrati, sbarcati all'aeroporto, ci sembrava l’apocalisse: tutte le strade vuote, in giro non c’era nessuno. Ma fin dall’inizio è apparso tutto ben organizzato: mascherine disponibili, gel per le mani all’ingresso delle attività pubbliche, misuratori di temperatura sono arrivati nel giro di pochissimi giorni. I ristoranti e i bar hanno applicato, da soli, il distanziamento fra tavoli, per diminuire il numero di persone all’interno. È stato sorprendente, per certi versi, come tutto fosse pronto: ma ci siamo fatti l’idea che, da un lato, abbia tutto funzionato grazie alla forte autodisciplina dei cittadini cinesi, che si sono dati delle regole e hanno limitato le uscite ancora prima che il Governo lo dicesse; dall’altra, però, abbiamo avuto la percezione che ci fossero protocolli precisi, pronti da applicare, grazie anche all’esperienza che la Cina aveva già avuto in tempi recenti con la Sars. Insomma, a Pechino ha funzionato tutto molto bene, e lo dimostra il fatto che la città, che conta circa 23 milioni di persone, ha registrato appena sei, settecento casi. In confronto, penso che Europa e America siano stati molto più impreparati”. 

È stato organizzato un lockdown rigido?
“Non come quello che avete fatto in Italia a marzo-aprile del 2020. Tra marzo e giugno, però, qui c’è stato un semi-lockdown. Le scuole a Pechino hanno chiuso soltanto per un breve periodo dopo il capodanno cinese, quando c’è stato il picco a Wuhan: i nostri figli più grandi le frequentano, e già a maggio sono tornati regolarmente a scuola. Per quanto riguarda il lavoro, noi abbiamo fatto smart working soltanto per quel periodo in cui, tornati dal Vietnam, ci hanno messo in quarantena obbligatoria. Le aziende non hanno mai chiuso del tutto, ma hanno riorganizzato gli spazi e i tempi di lavoro per consentire un maggiore distanziamento fra i dipendenti. Ovviamente le relazioni sociali, specialmente nella primissima fase, sono state quasi del tutto azzerate: noi abbiamo rivisto i nostri amici cinesi tra luglio e agosto”. 

Cosa ha funzionato, secondo la vostra esperienza?
“Sicuramente le misure stringenti di limitazione del movimento delle persone hanno avuto efficacia: è emblematico il caso di Wuhan, di fatto sigillato; ma anche a Pechino ci sono stati momenti di chiusura totale dei confini della città, come ad esempio quando a giugno si è verificato un focolaio in un mercato, e il quartiere specifico è stato proprio sigillato. Tra gli strumenti che hanno avuto efficacia, direi anche l’app di tracciamento dei contatti, che è stata molto precisa fin dall’inizio. Ciascuno di noi ha un codice sul telefono, un QR-code, che deve ‘leggere’ all’ingresso di ogni attività o luogo pubblico, anche all’aperto: se si accende una luce rossa, non puoi entrare, perché questo significa che sei stato a contatto con un possibile caso positivo, e che dunque devi effettuare la quarantena”. 

E sul fronte vaccini, come sta andando?
“I cittadini cinesi stanno ricevendo in massa la vaccinazione, con siero cinese, a ritmo sostenuto. Anche per questo, nei giorni scorsi abbiamo ricevuto sul cellulare l’avviso che anche noi, cittadini stranieri, possiamo accedere alla vaccinazione. Non l’abbiamo ancora fatto solo per un motivo: il vaccino disponibile è infatti quello cinese, al momento, e non sappiamo se sarà considerato ‘valido’ per poi spostarci liberamente in Europa e quindi in Italia. Abbiamo per questo deciso di aspettarne uno di importazione”. 

Oggi com’è la situazione?
“Siamo ormai ad una quasi-normalità direi. Molte città, anche grandi come Shangai, sono tornate a vita normale. A Pechino rimangono alcune restrizioni, come quella della mascherina nei luoghi pubblici o l’app con il QR-code appunto. Si può viaggiare tranquillamente dentro tutta la Cina, mentre se vai all’estero occorre certamente una quarantena al rientro, ma non è detto che poi ti rilascino il visto”. 

Alla luce di tutto questo, quando contate di rientrare in Italia?
“Ancora non abbiamo deciso, ma devo ammettere che è dura. Di solito torniamo due volte l’anno in Valdarno, d’estate e durante le festività natalizie. Il Natale 2019 è stata l’ultima occasione, e ci mancano le famiglie e gli amici. Tra l’altro, nel frattempo a dicembre 2020 è nato il nostro terzo bambino, Tommaso, che in qualche modo è figlio della quarantena. I nonni, in Valdarno, lo hanno conosciuto solo grazie alle videochiamate, le foto e i video che per fortuna è possibile scambiarci: ma non è certo la stessa cosa. Speriamo di poter tornare presto, ma vogliamo avere la certezza di poter poi rientrare a Pechino con il necessario visto, quindi per il momento aspettiamo”. 

 

Glenda Venturini
Capo redattore

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