24.01.2017  08:38

Nell’inferno ghiacciato dell’Hotel Rigopiano

di Davide Torelli
La testimonianza di Riccardo Nava, giovane cameraman valdarnese che si è trovato fin dalle prime ore seguenti il disastro avvenuto in Abruzzo, a raccontare per la Rai i momenti di una tragedia a tratti incredibile.


Nella devastazione dell’Abruzzo falcidiato da neve e terremoti che si susseguono, tra i soccorritori che scavano tra i resti dell’ormai tristemente famoso Hotel Rigopiano, anche un valdarnese a raccontare attraverso le immagini una realtà a tratti inaccettabile: si tratta di Riccardo Nava, cameraman Rai che durante l’ emergenza diviene testimone di un qualcosa che definisce “inenarrabile”. 

“Le fotografie o i filmati si avvicinano a rappresentare una realtà che comunque dal vivo appare ancora più incredibile. Non riescono a raccontare tutto, perché inevitabilmente vengono percepite attraverso un filtro”, racconta. 

 

 

“Abbiamo incontrato anziani che dicono di non avere mai visto in 90 anni di vita una nevicata simile. Il terremoto è ormai percepito  come  parte della quotidianità, e la paura principale è quella di non riuscire a vivere senza acqua e senza luce. Così incontri persone rimaste senza acqua che prendono la neve con le  bacinelle per scaldarla e cuocerci la pasta o, donne che malgrado superino gli 85 anni, nella difficoltà sembrano ragazzine: riescono a farsi strada nella neve alta più di un metro, raggiungono un piccolissimo museo del loro paese, e riescono a crearsi letti con cassapanche di legno e materassi alti 5 cm fatti di spugna riciclata da chissà quale oggetto. Non sentono il peso della vita, e le vedi cucinare e passare oltre ai mille problemi evidenti e presenti;  ti guardano e ti dicono; "siamo qua, ancora vive, di cosa ci dobbiamo lamentare?".

 

 
Riccardo è stato tra i primi a recarsi all’Hotel Rigopiano in seguito alla violenta e tragica slavina che ha portato questa struttura al centro delle cronache nell’ultima settimana. Di seguito, il racconto di quei momenti:


“Dopo una giornata complicata per raggiungere le zone colpite, ci chiedono di andare da Montereale a Farindola per dei collegamenti notturni, perché  si è verificata  una valanga che pare abbia sommerso un albergo. Ovviamente non sapevamo niente, così partiamo e andiamo sul posto. La A24 sembrava una strada di montagna, abbiamo impiegato quasi 4 ore di viaggio quando normalmente ne occorrono a malapena due. Arriviamo intorno alle 3.30 di notte, in una situazione già sconvolgente perché avevano chiuso tutti gli accessi a 10 km dall’albergo.

 

 

 

Passano le ore tra collegamenti e un susseguirsi di notizie, poi intorno alle 6 di mattina, iniziano ad arrivare parenti e amici di chi era all’albergo nel momento della slavina: facce stanche, inorridite dalla forza della natura, impaurite, infreddolite. Stanno lì, con noi: un filo sottile ma potente sembra sostenere tutti, la speranza che quelle persone dentro l’albergo siano ancora in vita. Ma la speranza termina quando uno dei parenti riceve una chiamata, e a l telefono, senza dire una parola, piange. Tutti ovviamente gli chiedono che cosa abbia sentito da quella voce al telefono, e lui dice solo poche parole  "dicono, tutti morti ".
Ecco, in quel momento, anche se non sai niente delle persone che ti sono davanti e non conosci nessuno di coloro che erano dentro l’albergo, crolli. Non hai neanche la forza di chiedere “ma chi ti ha detto questo”? L’ha detto, e basta. Non puoi immaginare che sia vero. E ti fermi, o almeno, io mi sono fermato. Li ho osservati, cercando di capire com’ era possibile. Puoi solo osservare e sperare che non sia vero niente, che siano solo voci, che non sia ancora stato trovato nessun corpo.  E qualcosa nella tragicità della situazione di positivo arriva: la notizia che i soccorritori abbiano sentito delle voci, in seguito le prime immagini poi dei Vigili del Fuoco che mostrano il salvataggio di due bambini; e in quel momento riesci a sentirti più sollevato, quasi sereno, più felice. Ritorna la speranza, ritorna la voglia di credere che qualcosa di incredibile, succeda”.

 

 


Un esperienza forte, emozionante e straziante, che a Riccardo ha suggerito delle riflessioni che vuole particolarmente condividere:
“ Io (come tanti, credo ) tendo a rincorrere desideri materiali semplicemente da possedere, come l’ultimo modello di uno Smartphone o un paio di scarpe alla moda; magari progettiamo vacanze, organizziamo cene, passiamo il nostro tempo libero a fare programmi per un futuro prossimo, a organizzare momenti di svago o piacere in base ai nostri desideri. Non credo che ci sia qualcosa di sbagliato a fare tutto questo, ma provo a darmi una lezione: giusto comprare, giusto uscire a divertirsi,  ma attenzione a dare tutto questo “bene” per scontato. Dopo questa esperienza, la promessa primaria che voglio fare a me stesso è quella di prestare un’attenzione differente alle mie priorità, e soprattutto all’incolumità altrui”.

 

 

Cronaca

 
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