29, Luglio, 2021

Storie di povertà: viaggio tra nidi e nascondigli per fragilità e perdite

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Il nostro tessuto sociale è permeato da situazioni di povertà che vanno dal lieve al tragico e l’operato della Casa Famiglia di Montevarchi invita l’occhio critico dei cittadini a uno sguardo più attento. Dove si sfugge dal degrado, non si capisce quanto vicina sia la povertà

Dietro alle belle facciate, negli interni ignorati, nelle macchine abbandonate, nei cantieri mai finiti; nel freddo e nel gelo, si nasconde una realtà imperniata di fragilità e solitudine. Quello di cui si occupa la Casa Famiglia della parrocchia del Giglio (Montevarchi), non è sola accoglienza; bensì una vera e propria indagine dei luoghi, alla ricerca di persone bisognose alle quali poter tendere una mano e tutto l’aiuto possibile.

Come è emerso dal confronto delle Caritas locali, è interessante l’aumento di italiani che si identificano come bisognosi. Il parroco, responsabile della Casa Famiglia Caritas del gruppo Reti della Carità , spiega che il tipo di bisogno che caratterizza l’italiano dallo straniero in arrivo, riguarda la perdita: “In questo ultimo anno gli italiani che si sono rivolti a noi sono stati tanti. Tra i più fragili troviamo chi lavorava nell’artigianato o in maniera autonoma e chi alla soglia dei cinquanta anni ha perso il lavoro; ritrovandosi ad affrontare un lungo periodo da disoccupato con possibilità scarse di riassunzione e un lungo tempo prima dell’arrivo della pensione sociale. In questa ottica, in questo ultimo anno in particolare, succede che le fasce fragili, diventano ancora più fragili e i modi di sussistenza continuano a diminuire e scarseggiare. Lo straniero fino a che ha lavoro o famiglia o salute è una persona che ha delle risorse proprio perché nella maggior parte dei casi, si ritrova a costruire da zero. È colui che perde una di queste cose che cade in uno stato di fragilità estrema, non occasionale, la frana che travolge tutto“.

Fragilità e solitudine quindi vedono protagonisti tre fattori principali: la salute, la famiglia, il lavoro – spesso combinati tra loro, in quanto a mancanze o perdite. Il lutto in molti casi non lascia solo dolore psicologico; anzi molte volte è l’inizio di una serie di problemi. La perdita di un caro va a rappresentare un crollo emotivo ed economico; nel momento in cui crolla la colonna, il disagio viene a galla.

 

Per una riesamina dei luoghi e per rendere evidente anche ai nostri occhi la gravità della situazione e l’effettivo bisogno di aiuto, veniamo accompagnati fisicamente nel racconto di alcune storie. In un luogo di apparente puro degrado, come è l’area dell’ex cappellificio a Montevarchi vediamo come nel corso degli anni sia stata possibile una parziale riqualifica. Il parroco ci spiega che questi luoghi pullulavano di senza tetto. Adesso, dove prima dormiva un’intera famiglia, per esempio, è nata una chiesa protestante nigeriana. Questo testimonia come un ambiente di degrado possa diventare prima, occasione di creare comunità, poi addirittura luogo di culto.

Sono invece i luoghi più inaspettati che celano realtà disastrose. Procediamo verso un cantiere abbandonato, nella strada che unisce l’ospedale a ponte Mocarini per vedere dove ha abitato un italiano che in preda ad una crisi nervosa da stress, ha lasciato tutto, è stato dato per morto da azienda e famiglia, per poi costruirsi un nido. Spiega il parroco – "Quando troviamo persone che si nascondono e cercano di crearsi un rifugio; possiamo osservare dalla sistemazione, tanti particolari che ci fanno procedere a una, seppur blanda, identificazione. Una persona che riesce a costruire un nido ordinato, per quanto possibile pulito e organizzato; ci fa individuare una speranza di gestione, di orientamento. Una persona che non riesce a mantenere un ordine, vive nella completa immondizia, più probabilmente ha disagi nettamente superiori. La gestione degli spazi, a qualsiasi livello, diventa sintomatica. “

“Spesso si confonde l’avere un tetto con la serenità" – continua.  A testimonianza di questo, facciamo visita ad un altro ragazzo. Ha un tetto, ha una casa, ma non ha la salute mentale necessaria per gestirla in autonomia.”C’è inoltre chi perde tutto – spiega ancora – I tentati suicidi rappresentano disperate richieste d’aiuto nelle quali, purtroppo, diventa molto difficile intervenire. La linea che viene seguita in questi casi, generalmente fa ricorso ai ricoveri in psichiatria, che però poi troppo spesso diventano dimissioni lascive. È molto importante intervenire nelle fasi successive, lungo i percorsi di riabilitazione, per fare in modo che il disagio psichico possa diminuire, se non svanire. Non è possibile pensare che dopo un atto tanto forte si possa risultare guariti in una settimana."

C’è un altro fattore da non sottovalutare: la paura. Cercare di togliere persone dal gelo della stazione, dai nidi costruiti nelle case abbandonate, non lasciare che qualcuno rimanga senza niente rischiando la vita. Il parroco esplicita -"Tante volte la paura di chi viene accolto sovrasta i buoni propositi, e le persone scappano anche da qua. Per questo è necessario un occhio attento, un’attenzione maggiore verso il prossimo e la consapevolezza che il bisogno d’aiuto non è sempre concausale alla sua richiesta."

La Casa Famiglia di Montevarchi dà un tipo di ospitalità che si propone come più completa possibile. Riesce ad ospitare dalle 40 alle 60 persone, sono arrivati nel picco più alto a 70 ospitati, con letto, lenzuola, vestiti e mensa. Non hanno contributi pubblici, non chiedono niente a sindaci e provincia, ma il bene arriva. Esiste una buona rete di volontari e chi è volontario (non solo in Caritas, ma in generale nel sociale) si accorge della situazione difficile e in qualche modo riesce a creare una rete. Tutti i giorni alle 10 fanno la distribuzione dei viveri. In più, due volte al mese, in piazza, l’altra sede Caritas fa altre due distribuzioni-. Nella distribuzione giornaliera si presentano file che vanno dalle 30 alle 50 persone e alla sede della collegiata, due volte al mese, 200 famiglie. Sui viveri e i vestiti si riesce a soccorrere in maniera accettabile praticamente in tutte le Caritas del Valdarno.

"Certo si notifica un notevole aumento di solidarietà sia per quanto riguarda questo ultimo anno, dove la pandemia ci ha reso in un primo tempo ancora più egoisti per poi riuscire a farci capire l’importanza di donare ciò che avanza " – spiega  ancora il Responsabile – " Il concetto è lo stesso della “comunione tacita familiare”: Nel momento in cui non mi serve più qualcosa, lo dono ai familiari, perché so che potrebbe servirgli. La rete solidale si è fatta salda e grande. Oltre alle grandi donazioni delle aziende, ognuno nel suo piccolo può riuscire a dare qualcosa,niente è mai poco." –  “Lascia quello che puoi e prendi ciò che ti serve”.

 

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