Nel 2018, da Terranuova, lanciò una lezione: non deve esistere la paura quando si lotta per qualcosa in cui si crede e che toglie all’individuo la dignità e il diritto a una vita serena e onesta. Quella stessa lezione rimarrà impressa nella mente di tutti coloro che hanno conosciuto Michele Albanese, giornalista simbolo della lotta contro la ‘ndrangheta, per questo sotto scorta dal 2014, morto a 66 anni per complicazioni intervenute dopo un infarto.
Nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, giornalista del ‘Quotidiano del Sud’, Albanese ha dedicato vita e carriera professionale alla lotta alla ‘ndrangheta. Nel 2016 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Nel 2018, sulla scia dell’iniziativa “Onda Libera” organizzata da Libera Toscana, per sensibilizzare sull’importanza del riutilizzo dei beni sottratti alle organizzazioni mafiose, dal 23 al 27 maggio, date significative in cui il 23 maggio 1992 la mafia assassinò a Capaci il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta, e il 27 maggio 1993 un’autobomba in via dei Georgofili a Firenze spazzò via le vite di cinque persone tra cui anche due bambine di 9 anni e 50 giorni, Michele Albanese venne a Terranuova. L’occasione fu l’acquisizione da parte del Comune di una villetta a Le Ville sequestrata al proprietario arrestato nel 2001 per associazione a delinquere di stampo mafioso.
Michele Albanese dichiarò: “Con la scorta si vive male come uomo e come giornalista. Per definizione il giornalista dovrebbe essere uomo libero che batte il territorio alla ricerca di notizie, purtroppo la vita sotto scorta impedisce una parte di questo lavoro. Cerchi di farlo, comunque, ma in maniera diversa cercando di raccontare un territorio, la mia provincia quella di Reggio Calabria, il cuore della ‘ndrangheta calabrese. Lo fai con la consapevolezza di dare un contributo per riscattare una terra che è bellissima e che non merita di esser infangata da presenze che hanno dato un’immagine del territorio nefasta”.
“È stata una bella esperienza. Mi stavo chiedendo come ha fatto Priolo a venire e a investire qui. Sperava forse di avviare attività imprenditoriali. Il segnale che oggi viene dato è importante: un bene di proprietà di una famiglia di ‘ndrangheta torna alla collettività e soprattutto è destinato ai disabili. Le mafie stanno avvelenando l’economia del Paese. In questo contesto il compito dei giornalisti è quello di illuminare queste periferie e di far comprendere che le mafie non sono un fenomeno tutto meridionale ma che si sono infiltrate in tutto il Paese e in tutta Europa. Devono essere combattute”.
L’intervista del 2018
Il giornalismo perde una delle sue voci più autorevoli battutesi contro la criminalità e l’ingiustizia e in favore delle persone più deboli e fragili sottomesse al potere mortale delle associazioni per delinquere di stampo mafioso. Michele Albanese rimarrà per sempre nei ricordi dei cittadini onesti e alla ricerca di giustizia. Il suo nome rimarrà indelebile nel libro di chi ha combattuto per un mondo migliore rinunciando alla propria libertà e mettendo a rischio la propria stessa vita.

