16.07.2016  07:26

Quando le scarpe si facevano a mano: la storia di Narciso Silei, calzolaio da una vita. "E tutti mi chiamano Bebè"

di Glenda Venturini
Oggi ha 85 anni, e continua a riparare le scarpe di mezzo Valdarno. "Ma è cambiato tutto, non esistono più le scarpe di una volta", racconta lui, che di mocassini e stivaletti se ne intende davvero: "Ero appena un bambino quando, per racimolare qualche soldo, mi facevano addirizzare le bullette. Da allora, ho sempre fatto il calzolaio"


C'è una piccola bottega, in via Pampaloni a Figline. Una bottega che sembra rimasta indietro di decenni, dove la storia pare si sia fermata. È quella di Narciso Silei, calzolaio da una vita. "Mi conoscono in tanti, ma non con il mio nome: per tutti sono Bebè", precisa lui. E in effetti lo conoscono davvero in tanti, che ancora entrano in quella piccola bottega per lasciare un paio di scarpe da riparare. 

Se si cerca un artigiano calzolaio, bisogna bussare alla sua porta. Almeno in quanto ad anni di esperienza, in Valdarno se ne trovano pochissimi al suo livello. "Da quando faccio il calzolaio? Praticamente da sempre, da tutta la vita. Quando ero appena un bambino, ancora piccolo, mi ricordo che mi facevano addirizzare le bullette in bottega, per racimolare qualche centesimo. E da allora ho iniziato e non ho mai più smesso". 



Salvo una parentesi da militare, arruolato come parà ("C'è voluto un pizzico di incoscienza, e in più a me non piaceva stare sugli aerei, volevo sempre buttarmi per primo", ricorda), Narciso Silei, Bebè, è sempre stato un calzolaio. "Mi ricordo che a vent'anni lavoravo nella fabbrica dei Fratelli Giani. Facevamo i mocassini per Varese: erano le scarpe di lusso, che si compravano i signori. E facevamo tutto a mano, partendo dal pezzo di cuoio. Tagliare, scarnire, montare, e così via: non c'erano le macchine, che sono arrivate dopo". 



Negli anni, però, il lavoro è cambiato. "Nelle fabbriche sono arrivati i macchinari, il modo di realizzare le scarpe è diventato diverso. Ci siamo adeguati, certo: però a me affidavano ancora compiti da fare a mano, perché avevo esperienza ed ero veloce. Tra i montatori, in particolare, ero il più veloce". Frutto di una tecnica che ancora custodisce come sua: "Con le bullette rigorosamente in bocca, per far prima a inserirle, una ad una. Lo faccio ancora, ormai ci ho fatto l'abitudine. E qualche volta vado a pranzo e mi accorgo di avere ancora una bulletta in bocca". 



Non è solo nelle abitudini, che si vede quanto il mestiere è diventato vita, per Bebè. "I segni del calzolaio, li porto tutti addosso. Ho i calli nelle mani, quando ero giovane me li grattavo nel marciapiede per accarezzare le ragazze! E ho i calli anche sopra alle ginocchia, dove si appoggiava la scarpa. E poi, una buca in mezzo al petto, fra le costole; e quando i dottori la vedono, mi chiedono che lavoro abbia fatto: mi è venuta perché è lì che si fa forza con la scarpa, appoggiandola al petto mentre la si monta". 



Oggi nella sua bottega ci sono ancora gli strumenti artigianali, che usa ogni giorno. Non è Bebè, che è cambiato: ma le scarpe sugli scaffali. "Per carità, le scarpe come le conoscevo io non esistono più. Quelle che raccomodo oggi sono fatte di gomma, con pezzi già tagliati e pronti, incollate, con materiali spesso di scarsa qualità. Non sono fatte per durare". Ma lui le ripara ancora: e di smettere, per ora, non sembra avere alcuna intenzione.
 


 

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