I gruppi Scout del Valdarno prendono posizione sull’escalation in Medio Oriente: “Costruire la pace è la nostra missione”

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Il Consiglio di zona Valdarno dell’Agesci, che riunisce i Gruppi scout di San Giovanni Valdarno, Montevarchi, Figline Valdarno, Rignano sull’Arno, Pontassieve, Borgo San Lorenzo, in un documento prende posizione sull’escalation militare in Medio Oriente e sul rischio di coinvolgimento dell’Europa. “Come AGESCI, associazione educativa giovanile che si propone di contribuire alla formazione della persona secondo i principi dello scautismo, abbiamo il dovere di alzare la voce quando il mondo che stiamo aiutando a costruire per le giovani generazioni rischia di essere distrutto dalla logica della guerra”, si legge nel documento. “L’escalation militare in Medio Oriente ha raggiunto una soglia di pericolosità che non possiamo ignorare. Ciò che rischia di trascinare l’Europa e l’Italia in un conflitto più ampio non è soltanto una questione geopolitica lontana: è una scelta che riguarda il futuro delle persone che educhiamo”.

Continuano i gruppi scout: “Assistiamo all’uso crescente della forza militare come prima, anziché ultima, risposta alle crisi internazionali. Assistiamo al moltiplicarsi delle vittime civili, all’erosione del diritto internazionale umanitario, al prevalere di logiche di potere su quelle di tutela delle persone. Assistiamo a retoriche che normalizzano la guerra, che la presentano come inevitabile, come un destino al quale piegarsi, imponendo una folle corsa al riarmo ed al potenziamento degli eserciti. Come scout, sappiamo che nessun destino è scritto. Ogni scelta conta. E siamo chiamati, a operare perché le scelte vadano nella direzione della pace. In coerenza con i valori dello scautismo e con quanto sancito dal nostro Statuto, come AGESCI chiediamo con forza che la via della pace venga scelta con urgenza”.

Nel documento, Agesci Valdarno chiede nel dettaglio, alle istituzioni italiane ed europee:
“Di rispettare la Costituzione e il diritto internazionale. La nostra Costituzione, all’art. 11, afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Non è una dichiarazione di principio astratta: è un vincolo concreto per ogni scelta di politica estera. Il rispetto del diritto internazionale non è debolezza, è civiltà. Chiediamo che l’Italia si astenga da ogni coinvolgimento diretto o indiretto in operazioni militari che violino questi principi.
Di promuovere una diplomazia dei diritti. Condannare regimi oppressivi che calpestano i diritti dei propri cittadini è un dovere morale. Ma farlo attraverso i bombardamenti, che colpiscono indiscriminatamente gli stessi civili che si dichiara di voler proteggere, è una contraddizione insostenibile. La solidarietà con chi lotta per la propria libertà si esercita con gli strumenti della diplomazia, del diritto, del sostegno alle società civili. Non con i missili.
Di assumere un ruolo attivo di mediazione in Europa. L’Italia può e deve giocare un ruolo propulsivo in Europa per la costruzione di un fronte diplomatico comune, che ponga la tutela dei civili e il cessate il fuoco al primo posto. L’Europa ha gli strumenti, la storia e la credibilità per farsi promotrice di percorsi di pace. Li utilizzi.
Di non cedere alle retoriche della guerra inevitabile. Le logiche del “regime change” e della “anticipazione strategica” hanno prodotto in vent’anni instabilità cronica, sofferenze immani per le popolazioni civili e una perdita di credibilità dell’Occidente. È tempo di rifiutare queste retoriche e di affermare che la guerra è sempre una scelta politica, mai un destino.
Di rispettare le norme sulla vendita di armi. Chiediamo il pieno rispetto della Legge 185/90, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Le parole sulla pace devono essere coerenti con i comportamenti concreti”.

“La guerra – chiude il documento – non è mai semplicemente ‘laggiù’. Ogni conflitto lascia tracce nel mondo in cui viviamo, nelle economie, nelle migrazioni, nelle paure collettive, nel modo in cui le persone imparano a risolvere — o non risolvere — le controversie. Ogni bambina e bambino che cresce in un mondo in guerra impara che la forza precede il dialogo. Come Capi scout ci impegniamo a continuare a educare alla pace: nelle unità, nelle comunità, nelle città. Ma l’educazione da sola non basta, se le istituzioni compiono scelte che vanno nella direzione opposta. Per questo chiediamo che la politica italiana ed europea, all’altezza del momento storico che stiamo vivendo, scelga gli strumenti della pace. Lo deve alle nuove generazioni. Lo dobbiamo noi, che le stiamo educando”.

Glenda Venturini
Glenda Venturini
Capo redattore
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