18, Agosto, 2022

Acque calde e bianche nell’Ambra, esposto dell’Associazione per la Valdambra. Arpat: “Impatto degli scarichi”

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Le acque del torrente Ambra a valle dello stabilimento di estrazione CO2 in località Bagnacci oggi sono “biancastre e torbide con presenza di depositi solidi di carbonati precipitati” per un tratto di circa 60 metri, e “si sono venute a creare delle piccole zone di ristagno, dove le acque defluiscono con difficoltà e dove la temperatura si attesta sui 31,6°C”. Lo ha certificato l’Arpat, intervenuta il 22 novembre scorso per rilievi e accertamenti sul posto in seguito ad un esposto inviato lo scorso ottobre dall’Associazione per la Valdambra, e dal suo presidente Maurizio Martellini. Il luogo in questione si trova al confine fra i comuni di Bucine e Castelnuovo Berardenga, dove il torrente Ambra è proprio all’inizio del suo corso: qui insiste uno stabilimento dedicato appunto all’estrazione di anidride carbonica da quelle che sono comunemente note come sorgenti sulfuree.

Le verifiche eseguite dai tecnici dell’Agenzia regionale per l’ambiente, in sostanza, hanno confermato quanto temevano i cittadini e i volontari dell’associazione: lo scarico dello stabilimento nell’Ambra in questo momento ha “un notevole impatto visivo sull’alveo del torrente, dove sono evidenti depositi di carbonati precipitati che determinano una colorazione bianca delle acque” e “tale impatto è confermato dalle misure effettuate in campo, che rilevano un incremento della concentrazione di alcuni parametri caratteristici dello scarico (Temperatura, conducibilità, solidi sospesi totali, boro ecc.)”.

L’esposto era partito, racconta Martellini, perché “durante un sopralluogo nella zona, a ottobre, alcuni nostri soci avevano notato i segni chiari di un cattivo stato di salute dell’Ambra: acque bianche, torbide e calde”. Un aspetto che purtroppo non è la prima volta che assume il torrente: “Tutta la storia – ricorda Martellini – risale all’inizio degli anni 2000, quando viene autorizzata la perforazione di dieci pozzi in questa zona, in cui affioravano gas sulfurei: fu istituita una zona mineraria per l’estrazione di CO2, anidride carbonica, e l’attività iniziò”. In sostanza, il concessionario (oggi lo stabilimento è della società Nippon Gases Operation) estrae da questi pozzi la CO2, mentre l’acqua rimanente, estremamente ricca di carbonato di calcio e molto calda, costituisce lo scarto della lavorazione.

“Fin dall’inizio fu chiaro l’impatto che riversare queste acque aveva sull’Ambra, e nel 2002 denunciammo la grave alterazione del torrente. Nel 2008 – continua il presidente dell’Associazione per la Valdambra – furono completati i lavori di canalizzazione delle acque di scarico: in sostanza, prima di finire direttamente in Ambra, queste acque passano da vasche di sedimentazione in cui si raffreddano e il carbonato di calcio si deposita”. Una soluzione, dunque, che però non ha messo completamente al riparo da problemi: “Ricordo nel 2011, e poi ancora nel 2014, c’erano stati problemi e sversamenti accidentali che avevamo segnalato. Ora il problema è ritornato fuori: il primo chilometro del tratto dell’Ambra è esattamente com’era prima della realizzazione delle vasche di sedimentazione”.

Ora che l’Arpat ha certificato che il problema esiste, ha inviato i risultati dei suoi accertamenti “agli Enti competenti, Regione Toscana e Comune di Castelnuovo Berardenga, suggerendo provvedimenti nei confronti della società Nippon Gases Operations S.R.L.”. Suggerimenti che l’Associazione per la Valdambra si augura si trasformino in atti concreti: “Chiediamo che siano emesse e fatte rispettare ordinanze per riportare a migliorare lo stato di salute dell’Ambra”, spiega Martellini. “Purtroppo la storia di venti anni dimostra che i controlli sono sempre pochi, e l’attenzione dei cittadini e dell’Associazione è sempre stata decisiva in questo senso”.

Come ricorda lo stesso presidente dell’Associazione, proprio per queste acque calde e ricche di carbonato di calcio c’era l’ipotesi di un altro utilizzo: “Si era delineata l’idea progettuale di un polo termale della Valdambra, che avrebbe potuto sfruttare questi ‘scarichi’ in maniera produttiva. Certo, non è che si possa considerare una soluzione in senso assoluto: anche a valle delle terme il rischio è di sversamenti incontrollati, e quindi ci vorrebbero impianti certi, controllati e gestiti adeguatamente. Per ora, comunque, non sembrano esserci sviluppi su questo fronte e quindi si resta con le problematiche originarie”.

 

Glenda Venturini
Capo redattore

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