L’alluvione del ’66 in Valdarno: acqua, fango, detriti e vittime. La cronaca e le immagini, sessant’anni dopo

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Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966, dopo giorni di pioggia, il Valdarno avvertì per primo l’ondata dell’Arno in piena, con torrenti e borri che strariparono, acqua e fango nel fondovalle. Le piogge dei giorni dell’alluvione furono estese, intense e ininterrotte. La stazione pluviometrica che fece registrate i valori cumulati più alti di tutto il territorio attraversato dall’Arno fu quella di Badia Agnano, nel bacino del torrente Ambra: il valore di 437 mm di pioggia caduta in 48 ore rappresenta un valore mai più raggiunto in Toscana.

La Valdambra fu proprio tra i primi territori che la sera di giovedì 3 novembre furono travolti dall’acqua. L’Ambra mise a dura prova Levane, Bucine,  Pietraviva: case e cantine allagate, campi e strade inondati, auto portate via dalla forza dell’acqua, persone salvate per un soffio. Quel giorno, poco prima della confluenza con l’Arno, il torrente raggiunse una portata di circa 1000 metri cubi al secondo. In questo video il ricordo di Sergio Cerri Vestri, raccolto da Valdarnopost dieci anni fa.

Nella serata del 3 novembre, in Valdarno, arrivò anche una squadra formata da Vigili del fuoco, carabinieri e più di cento uomini del reparto mobile della Polizia di Stato per rispondere alle centinaia di chiamate che arrivavano ai numeri di emergenza. Campagne allagate e famiglie preoccupate che salivano ai piani superiori, cercando di mettersi al sicuro. Le acque degli affluenti, prima, e dello stesso Arno, poi, iniziarono a tracimare e invasero Montevarchi, Figline Valdarno, Incisa in Val d’Arno, Rignano sull’Arno, Pontassieve, Le Sieci e Compiobbi, prima di portare la piena a Firenze.

Il centro di Montevarchi fu invaso da un metro e mezzo di acqua e fango. Tanti cittadini furono colti dall’improvvisa impraticabilità delle vie di comunicazione; e ad aggravare la situazione ci fu anche la chiusura dell’Autostrada, che riversò camion e mezzi sulla Statale. La piena dei torrenti, a partire dal Dogana, aveva portato con sé anche detriti, e sotto ai ponti si accumulavano tronchi di alberi spazzati via dalla furia dell’acqua. Alcuni ponti vennero danneggiati e fu necessario chiudere del tutto una buona parte delle strade. All’alba del 4 novembre arrivarono anche alcuni reparti dell’esercito, per intervenire sui danni: ma di lì a poco sarebbero arrivate notizie devastanti da Firenze.

A Figline e poi ad Incisa tracimarono sia gli affluenti che lo stesso Arno, con acqua e fango a invadere il fondovalle, sommergendo abitazioni, magazzini e stalle. Le cronache raccontano di famiglie rifugiate ai piani alti delle case, di uomini e donne che cercavano di mettere in salvo pochi beni, mentre l’acqua saliva: il fango, l’indomani, avrebbe lasciato segni sulle abitazioni anche sopra a 2 metri in alcune zone. A salvare le persone fu la fuga verso le zone più alte e la solidarietà delle famiglie che accoglievano chi fuggiva dall’acqua.

A Incisa l’innalzamento dell’acqua mise a rischio autostrada e ferrovia: proprio per questo, proco prima della mezzanotte del 3 novembre, fu deciso di chiudere sia l’Autostrada del Sole che la linea ferroviaria Arezzo-Firenze.

Ma il 4 novembre del 1966 significò anche un tributo in termini di vite umane, per il Valdarno. A Reggello, il torrente Resco straripò travolgendo tutto ciò che incontrava: alle Lastre sventrò l’abitazione di due famiglie, sette persone in totale che rimasero uccise. Tra le vittime due sorelle di sei e nove anni, ma anche una donna incinta di sette mesi.

I loro nomi oggi sono scolpiti nel monumento commemorativo installato al parco delle Lastre: le due sorelline Donatella Bigazzi (1960) e Guidalma Bigazzi (1957), Lorenzo Bigazzi (1935), Brunetta Bigazzi (1934), Rosina Merciai (1923), Carolina Nocentini (1897) e Pasquale Gonnelli (1887). Sei corpi furono ritrovati a qualche centinaio di metri di distanza, mentre il settimo riemerse soltanto otto chilometri più a valle.

All’indomani dell’alluvione, finirono sul banco degli imputati le dighe di Levane e La Penna dell’ENEL. All’inizio c’era anche chi sosteneva che Levane avesse ceduto: immagini della diga trasmesse in televisione, mentre in un rombo assordante riversava tonnellate di acqua sul fondovalle, insieme alla voce che si era diffusa la sera prima in Valdarno, contribuirono ad alimentare quella che si rivelò invece una fake news. Ma rimase l’idea che i tecnici, nel timore di un cedimento delle strutture, avessero svuotato gli invasi proprio nel momento peggiore del colmo di piena.

Ci vollero un’ispezione del Ministero dei Lavori Pubblici e una inchiesta della Magistratura per sfatare ogni dubbio ed escludere definitivamente che “l’onda di piena naturale sia stata in alcun modo aggravata (dalle dighe, ndr) poiché dalle paratoie è stata scaricata a valle dello sbarramento la stessa portata affluita nel serbatoio”. Le conclusioni della relazione decretarono insomma l’innocenza delle due opere e dei tecnici che ci lavoravano: non furono responsabili dell’alluvione. Una diga, infatti, accumula quantità di acqua a monte, se è possibile ne fa uscire dalle paratoie meno di quella che arriva; ma al massimo, con la completa apertura, fa uscire tanta quanta ne arriva a monte. Secondo quanto ricostruì l’indagine, la portata massima scaricata dalla diga di La Penna fu di 2645 mc/s, alle ore 4 del 4 novembre, quella scaricata da Levane fu, invece, di 2090 alle ore 4:00 mentre il primo colmo di piena, pari a circa 4000 mc/s, giunse alle porte di Firenze alle ore 5:30.

 

Ha collaborato Martina Giardi

Glenda Venturini
Glenda Venturini
Capo redattore

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