20, Maggio, 2022

Vicenda Laca, parla Giovanni Salvarani: “Io coinvolto in buona fede, ma chi subisce di più sono i dipendenti”

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L’imprenditore, che ha condotto la due diligence per l’acquisizione della Laca, racconta la sua verità. “Casa Salvarani Spa non è un marchio di mia proprietà, ma era stato creato proprio in vista dell’acquisto della ex Laca. Solo che poi si è scoperto che i soldi non c’erano. Anch’io me ne sono accorto tardi. Purtroppo ne pagano le conseguenze dipendenti e professionisti”

Parla con l'amaro in bocca, Giovanni Salvarani, titolare dello storico marchio Salvarani, oggi in vendita. Perché il suo coinvolgimento nella vicenda Laca, spiega, è stato in buona fede e con le migliori intenzioni: quelle di trovare compratori disposti ad investire e far ripartire uno stabilimento che aveva grosse potenzialità, anche in termini di professionalità degli addetti. 

Che la storia sarebbe andata diversamente, racconta Salvarani, si è accorto solo tardi. "La società Casa Salvarani Srl non è mia, ma di Chiara Colazilli (socia all'80%), che ne è anche Amministratore unico. Una società creata appositamente, con il mio consenso all'utilizzo del nome Salvarani, in vista dell'acquisizione della ex Laca. Un progetto che è stato portato avanti da Antonio Calvi, Direttore generale di quella società. Con lui ho collaborato, perché ho creduto che l'operazione potesse davvero andare a buon fine". 

Invece, poi, qualcosa è cambiato. "Solo poco fa mi sono reso conto che quei soldi promessi non c'erano. Probabilmente era solo un tentativo di raccogliere consensi e quindi fondi da parte di imprenditori e professionisti. Purtroppo, non sono rimasto scottato soltanto io: in questa vicenda, chi ne paga le conseguenze principalmente sono i dipendenti, ma non solo, anche i vari professionisti esterni che per mesi hanno creduto che l'operazione potesse essere portata a termine". 

E da qui il rammarico per la sorte della ex Laca di Santa Barbara: "Ho condotto personalmente la due diligence, e posso affermare che l'azienda è veramente eccezionale, le persone veramente all'altezza di riprendere a produrre come ai vecchi tempi. Serve solo qualcuno pronto ad investirci soldi, ma questa volta per davvero". Intanto, però, di certo c'è la lettera di licenziamento arrivata ai 18 dipendenti riassunti da quattro mesi, e la mobilità per gli altri sessanta. In attesa che qualcuno non sia davvero intenzionato a rilevare lo stabilimento di Santa Barbara. 
 

Glenda Venturini
Capo redattore

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