29, Luglio, 2021

Quando Maradona si allenava a Reggello

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Tutti conoscono le gesta del “Pibe de Oro”. Ma forse non tutti sanno che la sua storia con la maglia del Napoli iniziò in Valdarno, a Reggello, sede di un breve ritiro estivo. E di un’amichevole che lasciò i valdarnesi a bocca aperta. Succedeva in questi giorni, 31 anni fa

Ogni pomeriggio risalivano dal fondovalle con la macchina o il motorino e si fermavano ai bordi del campo sportivo di Reggello. Tra quei giovani in vacanza o appena usciti dal lavoro c’era anche Maurizio Sarri, un calciatore dilettante della zona che a 25 anni stava per smettere, per via di un problema al ginocchio. Forse già si immaginava allenatore. Era lì come gli altri per guardare quella squadra che sarebbe rimasta ad allenarsi soltanto pochi giorni. Ma più che altro per quel numero 10 che, visto alla tv, sembrava davvero un fenomeno. Si chiamava Diego Armando Maradona. La leggenda del Pibe de Oro, il più grande calciatore di tutti i tempi, la conoscono tutti. Meno noto è che la sua storia con la maglia del Napoli sia cominciata in Valdarno, proprio in questi giorni di 31 anni fa.

Per capire come Maradona arrivò a Reggello bisogna riavvolgere il nastro di sei anni. Nell’estate del 1978 Avellino è la città più felice d’Italia. Mettendo in campo uno strano assortimento di giovani promesse e scarti delle “big” – tanto che nessuno di loro, lontano dall’Irpinia, lascerà tracce indelebili nel calcio che conta – la squadra locale ha conquistato la sua prima (e ad oggi unica) promozione in Serie A. Nessuno avrebbe scommesso una lira sui Lupi, che adesso invece si siedono al tavolo delle grandi a rappresentare la provincia meridionale, oggetto fino ad allora sconosciuto alla massima serie.

L’allenatore di quella versione dell'Avellino era Paolo Carosi, ex-bandiera della Lazio da giocatore, all'epoca 40enne in rampa di lancio per la nuova carriera da tecnico. Uno capace di tirare fuori il meglio dal materiale a disposizione. Nel 1976 aveva vinto il campionato Primavera proprio con la Lazio dei giovani Bruno Giordano e Stefano Di Chiara, due anni più tardi centra la promozione in Serie A nella stagione da esordiente. Lo chiama la Fiorentina, lui accetta e l'Avellino ha bisogno di un nuovo allenatore.

La scelta cade su Rino Marchesi, tanta Serie A alle spalle da giocatore con le maglie di Lazio e Fiorentina – due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Coppa delle Alpi e una Coppa Mitropa vinte negli anni d'oro della Viola – che con la Ternana si era fatto notare come promettente allenatore, incarico che aveva ricoperto per la prima volta nel 1973. Dove? A Montevarchi.

L'Avellino debutta in Serie A. Comincia l’era di quella che Gianni Brera definì “la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana”. La squadra funziona, macina risultati in casa, non rischia mai più di tanto in classifica e alla penultima giornata batte 1-0 l'Inter festeggiando la salvezza con una giornata di anticipo.  

Ripetersi però è sempre più difficile. Nell’estate del ‘79 Rino Marchesi vuole mettersi al lavoro presto e in tranquillità. Serve un posto adatto per il ritiro e quel posto adatto è Reggello: aria fresca, ottima cucina, strutture all’avanguardia e poche distrazioni notturne. L’Avellino parte fortissimo in campionato, resiste nel girone di ritorno e si salva per il secondo anno, proprio mentre stava scoppiando lo scandalo Totonero che di lì a poco spedì Milan e Lazio in Serie B e dal quale nemmeno i Lupi uscirono indenni.

Per mister Marchesi è tempo di cambiare aria. Si sposta a un’ora di macchina, dall’entroterra al Golfo, e va ad allenare il Napoli. Resterà per due stagioni. Poi, nell’82, lo chiama l’Inter e lui, milanese di San Giuliano, non può dire di no. Con i nerazzurri chiude al terzo posto ma a fine campionato rimane senza panchina. Il telefono squilla soltanto nel febbraio del 1984: è il presidente Ferlaino, il suo Napoli si trova in brutte acque e pensa che l’unico a poterlo salvare sia proprio Marchesi. Il mister accetta, raccoglie la squadra che ha un solo punto di vantaggio sulla zona retrocessione e, senza strafare, porta a termine la missione. La salvezza gli vale la conferma.

Poche settimane più tardi tutto il mondo avrebbe parlato del suo Napoli. L’eccentrico presidente Ferlaino non ne poteva più di campionati anonimi da metà classifica. Basta, i tempi erano maturi per fare il salto di qualità. Il 30 giugno 1984 arriva l’annuncio: Diego Armando Maradona è un giocatore del Napoli. Cinquanta giorni di trattative sulle due sponde del Mediterraneo, un blitz notturno a Barcellona per la firma e il rientro in tutta fretta per depositare – fuori tempo massimo e con un gioco di buste sostituite in gran segreto – il contratto in Lega. Un’operazione da 15 miliardi di lire, cifra difficile anche solo da immaginare. Così il giocatore più forte del momento era arrivato in Italia. Il 5 luglio sembrava che al San Paolo si giocasse la partita del secolo con 70mila persone sugli spalti, tutte lì per assistere alla presentazione dell’uomo che avrebbe cambiato per sempre le sorti della squadra partenopea e persino la storia e la cultura popolare della città di Napoli.
 

Una follia. L’acquisto di Maradona scosse il calcio italiano come nient’altro prima di allora e per ricominciare ad allenarsi la squadra aveva bisogno del posto più lontano dai riflettori. I primi di agosto il Napoli è a Castel del Piano, sul Monte Amiata, dove Maradona indossa per la prima volta la maglia azzurra nell’amichevole stravinta contro la squadra locale. Ma Marchesi non ha dimenticato quel paese alle pendici della Montagna Fiorentina dove aveva lavorato così bene sei anni prima con l’Avellino: è deciso, il Napoli andrà qualche giorno in ritiro a Reggello.

Gli azzurri arrivano a metà del mese, in mezzo a una tournée di amichevoli che nei giorni precedenti aveva fatto tappa ad Arezzo, Genova e Livorno. Anche qui sono attesi da una piccola folla. Niente flash né telecamere però, soltanto i giovani del Valdarno che si stringevano alla recinzione del campo sportivo per vedere Maradona da vicino. “Era uno spettacolo”, ha ricordato nel gennaio scorso in un’intervista a Calcio 2000 il figlinese Maurizio Sarri, anche lui presente nell’agosto dei suoi 25 anni, quando ancora nemmeno immaginava che, 31 anni dopo, sarebbe diventato proprio lui l’allenatore del Napoli.

Vedere l’argentino non è facile. La squadra arriva al campo sportivo in pullman, lui si fa accompagnare da un’auto privata che lo fa scendere letteralmente in campo, scortato, e da lì poi lo preleva a fine allenamento per far ritorno alla villa nella campagna reggellese messa a sua disposizione mentre i compagni si avviano in albergo. Lo fa un po’ per divismo e un po’ per necessità, per garantire la sicurezza sua e degli altri. D’altra parte Maradona è già una stella.

Il 17 agosto 1984 esce allo scoperto. A conclusione del ritiro, infatti, è in programma l’amichevole Resco Reggello-Napoli. Maradona si concede in tutta la sua grandezza a qualche migliaio di sportivi valdarnesi che, da allora in poi, si sono vantati di poter dire “Io c’ero”. L’argentino incanta. La gara finisce 9-0 per il Napoli, lui inventa assist per i compagni, segna due gol, si prende gioco degli avversari increduli quanto quelli che guardano dagli spalti. Fa tutto lui. E aveva appena iniziato. Col Napoli vincerà due Scudetti e una Coppa Uefa, nel 1986 trascinerà la Nazionale albiceleste alla vittoria del Mondiale. In quell’agosto del 1984, a Reggello, era il giocatore del momento. Nel giro di pochi anni sarebbe diventato il più forte di sempre.
 

 

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