Strage dell’A1, davanti al tribunale di Arezzo la rabbia delle famiglie e dei legali: “Così non è giustizia”

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È una mattina di rabbia e dolore davanti al tribunale di Arezzo. “Non chiediamo vendetta, ma coerenza”: le famiglie delle vittime della strage del 4 agosto 2025 sull’A1 tornano a far sentire la propria voce, questa volta uniti davanti al Tribunale di Arezzo, dopo la sentenza di patteggiamento che ha condannato il camionista a cinque anni di carcere ma gli ha lasciato la possibilità di tornare a guidare tra tre anni. Una prospettiva che i familiari definiscono inaccettabile, tanto da spingerli a chiedere l’impugnazione della sentenza.

Nell’incidente persero la vita Gianni Trappolini, 56 anni, storico volontario e autista della Misericordia di Terranuova, la 23enne Giulia Santoni, studentessa di infermieristica e volontaria, e Franco Lovari, 75 anni, paziente trasportato in ambulanza. Il mezzo di soccorso fu travolto da un tir mentre era fermo in coda. Il procedimento giudiziario a carico di Fabio Mistò si è concluso con il patteggiamento: cinque anni di carcere per l’autotrasportatore, accusato di omicidio stradale plurimo aggravato dalla colpa cosciente. Una decisione che però lascia aperto un fronte di forte contestazione da parte dei familiari, soprattutto per quanto riguarda la mancata revoca della patente.

Nelle dichiarazioni rilasciate questa mattina tutti insieme davanti tribunale di Arezzo le famiglie parlano apertamente di una decisione che “non rende giustizia” e annunciano una mobilitazione che va oltre il singolo caso: “Se mandiamo il messaggio che usare i social alla guida di un tir e uccidere tre persone comporti una mera sospensione della patente e non la sua revoca, allora il Paese ha perso la sua bussola morale”.

Una posizione condivisa anche dai legali – gli avvocati Stella Scarnicci, Enrico Buoncompagni, Gianluca Cocchi e Veronica Barzanti – che sottolineano la gravità del quadro emerso dalle perizie: “Le perizie parlano chiaro: quella del camionista è stata una guida ‘criminogena’. Non è stata una distrazione, ma un consapevole disprezzo del pericolo”. Le indagini avevano dimostrato sia l’uso alla guida di smartphone e social, sia il fatto che Mistò guidava a 90 km/h quando piombò con il suo tir da 45 tonnellate carico di pietrisco addosso alla colonna di mezzi fermi per una coda segnalata, e non frenò, schiacciando l’ambulanza della Misericordia contro un altro mezzo pesante.

“Sentiamo insieme ai nostri assistiti il peso di questa conclusione processuale”, dichiarano gli avvocati Stella Scarnicci, Enrico Buoncompagni, Gianluca Cocchi e Veronica Barzanti: “Chiediamo legalità, coerenza con i principi di sicurezza stradale e rispetto per la memoria di tre persone che non ci sono più”. I legali hanno già presentato un’istanza alla Procura della Repubblica di Arezzo chiedendo di impugnare la sentenza in Cassazione limitatamente alla sanzione accessoria sulla patente. “Non chiediamo vendetta – spiegano – ma la corretta applicazione della legge: in casi come questo la revoca non è una scelta discrezionale, ma la risposta minima necessaria per tutelare la sicurezza di tutti gli utenti della strada”.

Parole dure arrivano anche dai familiari delle vittime, presenti questa mattina davanti al tribunale.

“È un pericolo pubblico, non soltanto per quello che ha fatto ma per quello che potrebbe fare. A un pericolo pubblico va tolta la patente per salvare le altre persone”, dice Caterina Del Conte, madre di Giulia Santoni.

“Chiediamo la revoca perché nessun altro si deve trovare nelle condizioni in cui ci siamo trovati noi. Questo non è un messaggio positivo: sembra che chiunque possa fare quello che vuole alla guida”, aggiunge Francesca Lovari, figlia di Franco.

“La morte di loro tre ha evitato una strage. Potevano essere molte di più le vittime. Per questo la revoca è un obbligo”, sottolinea Laura Mucciarini, moglie di Gianni Trappolini, presente con la figlia.

“Come governatore della Misericordia di Terranuova – ha detto Patrizio Italiano – siamo vicini alle famiglie delle vittime. Questa è una cosa ingiusta, non possiamo accettare che al camionista venga soltanto sospesa la patente. È una questione di sicurezza, per tutti noi, la sua patente deve essere revocata”.

Al centro della contestazione c’è il significato della pena accessoria: non solo una misura nei confronti del responsabile, ma un messaggio per l’intera collettività. “Se chi guida un mezzo pesante usando i social e uccide tre persone si vede solo sospendere la patente per tre anni, il segnale che diamo è che la vita umana vale meno di un video pubblicato online. Questo è inaccettabile”, concludono i legali.
In attesa delle eventuali decisioni della Procura e degli sviluppi in Cassazione, la vicenda resta aperta, non solo sul piano giudiziario ma anche su quello del dibattito sulla sicurezza stradale.

Sul posto Glenda Venturini.

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