A Piantravigne, nel comune di Terranuova Bracciolini, una segnalazione arrivata da un gruppo di cittadini riaccende il dibattito sul rapporto tra interventi edilizi e tutela della memoria storica. Al centro della polemica c’è il “Madonnino”, un tabernacolo di origine ottocentesca recentemente demolito nell’ambito di lavori su una proprietà privata.
Per i residenti che si sono rivolti alla nostra redazione tramite il forum di voce ai cittadini , non si tratta di una semplice trasformazione urbanistica. “Quando si tocca un manufatto come questo – spiegano – non si abbatte solo una struttura, ma si interrompe un legame con la storia del paese. Quel tabernacolo era parte della nostra identità”.
Nella segnalazione, i cittadini parlano apertamente di una perdita che va oltre l’aspetto materiale:“Era un punto di riferimento per la comunità, un segno che ha attraversato generazioni. Lì si pregava, ma si viveva anche la quotidianità del paese. Distruggerlo significa cancellare una parte di memoria collettiva”. Il gruppo sottolinea anche il valore paesaggistico e culturale di questi elementi, richiamando gli strumenti regionali di tutela: “Non era un oggetto qualsiasi, ma un elemento della morfologia storica del territorio. Ci chiediamo se siano state davvero valutate alternative alla demolizione, come il restauro o uno spostamento rispettoso”.
Da qui una serie di interrogativi rivolti alle istituzioni:
“Era davvero necessario abbatterlo? Sono stati coinvolti tutti gli enti competenti? E siamo sicuri che ciò che verrà realizzato al suo posto potrà avere lo stesso valore?”.
Alla segnalazione ha risposto l’amministrazione comunale, attraverso l’assessore all’urbanistica Luca Trabucco, che ha ricostruito l’intero iter amministrativo dell’intervento. “I lavori – spiega – rientrano in una pratica edilizia privata che ha seguito tutto il percorso autorizzativo previsto dalla normativa. È stato rilasciato un Permesso di Costruire e successivamente una variante, entrambe corredate dai pareri tecnici necessari, compreso quello della Commissione Comunale del Paesaggio”.
L’assessore chiarisce anche la natura del manufatto: “Il cosiddetto ‘Madonnino’ è un bene privato, non censito come edificio di interesse religioso e non soggetto a vincoli della Soprintendenza. Prima di procedere abbiamo comunque effettuato un passaggio con la Diocesi di Arezzo, che ci ha confermato che non si tratta di un bene di loro competenza né di particolare interesse ecclesiastico”.
Un punto centrale della replica riguarda però il destino del tabernacolo, che – sottolinea l’amministrazione – non è destinato a scomparire:“Non siamo di fronte a una cancellazione definitiva. Il privato ha previsto il recupero del tabernacolo interno e della statua della Madonna, con l’obiettivo di ricollocarli su una nuova struttura”.
Secondo quanto illustrato nel progetto, il manufatto verrà riposizionato poco più a valle, sempre lungo la strada e in modo accessibile alla comunità. “L’intenzione – prosegue Trabucco – è proprio quella di mantenere la funzione del Madonnino, rendendolo nuovamente fruibile dai cittadini. Verrà ricostruito con caratteristiche analoghe e orientato verso il centro del paese”.
L’assessore sottolinea anche il percorso di verifica seguito:“Abbiamo fatto tutti i passaggi necessari, sia dal punto di vista tecnico che istituzionale. In assenza di vincoli specifici, l’intervento è legittimo. Va anche evidenziato che il privato si è impegnato a ricostruire il manufatto, proprio per restituirlo alla comunità”.
Una posizione che, tuttavia, non colma del tutto la distanza con il sentimento espresso da parte dei cittadini, per i quali il valore del “Madonnino” era legato non solo alla sua presenza, ma alla sua autenticità e alla sua collocazione originaria. Il caso di Piantravigne riporta così al centro una questione più ampia, che riguarda molti territori: il difficile equilibrio tra trasformazione e conservazione, tra esigenze edilizie e tutela dei segni, anche piccoli, che costruiscono l’identità dei luoghi.
E mentre si attende la ricollocazione del nuovo tabernacolo, nel paese resta aperta una domanda: se la memoria può essere spostata, ricostruita e reinterpretata, o se invece, una volta rimossa dal suo contesto, rischia inevitabilmente di perdere una parte del suo significato.

