15, Giugno, 2024

Ponte Righi, la Cassazione annulla la sentenza di condanna della Corte d’Appello per l’alluvione del 2013

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La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello con la quale i coniugi Righi, proprietari del ponte sul Ponterosso, furono indicati come i responsabili dell’esondazione del torrente e dei relativi allagamenti. Sono passati 8 anni. Tutto adesso viene rimandato di nuovo alla Corte d’Appello.

La storia. Le esondazioni del Ponterosso a Figline e del fosse delle Granchie risalgono al 21 ottobre 2013. Sotto accusa, tra gli altri, finirono i coniugi Righi, Rinaldo e Barbara, che negli anni ’60 costruirono il ponte sul torrente per accedere alla propria abitazione: la struttura venne ritenuta la causa dell’esondazione e della mancata attivazione della cassa di espansione perchè la luce della campata era “inadeguata al deflusso delle piene”. Il 21 novembre 2013, un mese dopo l’alluvione, il sindaco di Figline, Riccardo Nocentini, firmò l’ordinanza per la demolizione del ponte. Dopo varie trafile burocratiche, compresa la richiesta di sospensiva da parte della famiglia proprietaria, la sentenza del Tribunale Superiore delle Acque pubbliche con il via libera alla demolizione arrivò soltanto il 3 febbraio 2015. Il 9 febbraio dello stesso anno il ponte fu demolito.

Ma in realtà la sentenza della Corte d’Appello sottolinea che:  “Il problema della pericolosità della struttura, proprio per la insufficienza dimensionale della luce, è emerso sin dall’anno 2004, come è risultato dal carteggio intercorso tra Comune e Provincia relativo agli interventi di messa in sicurezza dell’area potenzialmente interessata dalla esondazione del torrente Ponterosso: nell’ambito di tale procedimento amministrativo – hanno osservato i giudici di merito – i signori Righi e Leoncini, qualificandosi come proprietari, sono intervenuti a più riprese, opponendosi alla demolizione del ponte “Righi”,
prevista dalla pubblica amministrazione sin dal 2 novembre 2004, ovvero chiedendo che il ponte venisse ricostruito ma a spese della collettività”.

Poi inizia l’iter giudiziario: il G.u.p. del Tribunale di Firenze il 12 ottobre 2017 riconosce Rinaldo Righi e Barbara Leoncini responsabili dei reati di inondazione colposa e la sentenza viene confermata il 19 maggio 2020 dalla Corte di Appello di Firenze.

La Corte di Cassazione adesso ha annullato quella sentenza: “Gli apparati logici posti a base della sentenza impugnate e di quella di primo grado non sono esenti da un grave vizio logico. Per affermare l’esistenza di un’esondazione del fiume riconducibile causalmente all’agire, sia attivo che omissivo, degli imputati, la Corte di merito, nonostante le articolate deduzioni e le valutazioni critiche contenute al riguardo nel lungo atto di appello, soprattutto (ma non solo) circa l’efficacia causale della presenza del ponte Righi in merito alla fuoriuscita del torrente dall’alveo, pur nella segnalata presenza di più esondazioni, sia a monte che a valle del ponte in questione, e malgrado la presenza in atti di una consulenza tecnica difensiva datata 16 febbraio 2017, con numerosi allegati, sugli eventi alluvionali del 21 ottobre 2013 si è limitata a richiamare tout-court la sentenza di primo grado, che fonda le responsabilità degli imputati su due elementi: la constatazione da parte del servizio di Polizia idraulica della Provincia di Firenze, che nell’annotazione di polizia giudiziaria del 10 gennaio 2014 attribuisce «le cause della esondazione […] nella conformazione del ponte Righi che presentava una sezione utile di deflusso palesemente insufficiente [… sicchè il materiale], trascinato verso valle ha creato in corrispondenza del ponte un effetto diga, non consentendo il regolare deflusso delle acque […] così invadendo esse il terreno circostante»; si tratta, a ben vedere, di una stringatissima valutazione, non altrimenti argomentata né supportata dal richiamo a volumi di acqua, a descrizione di caratteristiche e di misure del ponte, in particolare della luce di deflusso né dal richiamo a regole costruttive, poste da norme di legge o da precetti tecnici di settore, che si ritengano non rispettate”.

Il secondo elemento: “la visione diretta da parte del giudice delle fotografie in atti: della decisione del G.u.p. si legge che «Come è facilmente visibile dalle fotografie allegate al fascicolo […] il ponte ha creato sicuramente un “tappo” per tutti i detriti provenienti da “monte” e trascinati dalla piena, così che, proprio in sua corrispondenza, l’acqua ha cominciato a tracimare dal lato sinistro, inondando tutto il paese a valle. Le fotografie non lasciano alcun dubbio sul punto. La luce del ponte era così piccola, che ha fatto da ostacolo al normale deflusso delle acque e dei detriti, impedendo in questo modo alla “cassa di espansione” posta a 500 metri a valle dal ponte di svolgere la sua funzione di raccolta delle acque”.

I coniugi Righi: “I giudici del Tribunale Supremo  hanno accolto il nostro ricorso, evidenziando la superficialità, soprattutto da un punto di vista logico-scientifico, della sentenza di appello e indirettamente anche di quella di primo grado. In particolare siamo felici che i motivi di ricorso siano stati accolti dalla Corte di Cassazione, la quale ha puntualizzato a più riprese la mancanza di prove oggettive che permettano di attribuire al nostro comportamento la responsabilità dell’evento calamitoso. La sostanza della sentenza – continuano i Sig.ri Righi – conferma che contestare la regolarità del ponte, anche a fronte di prove documentali come le imposte versate al comune e il nulla osta edilizio per la costruzione del manufatto, sia insufficiente per incolparci di quanto accaduto nell’Ottobre 2013. Quel ponte è li da 50 anni ed il comune lo sapeva benissimo, è scritto nei registri comunali, sono stati fatti lavori nel 1994 e addirittura pensavano di ricostruirlo nel 2009”.

“Adesso – concludono i coniugi Righi – insieme agli Avvocati Bisori, Modena e Salimbeni che ci hanno assistito fino ad ora vedremo come procedere, tuttavia rimane il fatto che ancora oggi ci troviamo senza una via di accesso alla nostra abitazione e siamo costretti, a quasi 90 anni, a dover scavalcare muretti e passare su 3 assoni di legno per tornare in casa. Questa situazione per noi non è più accettabile”.

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