La prima famiglia, a Sant’Agata in Arfoli nelle colline di Reggello, è arrivata esattamente un anno fa: babbo Alaa e mamma Wesam con quattro figli già adolescenti, tra cui una diciassettenne presa in carico al Meyer per cure croniche di cui aveva bisogno. Poi, a novembre, sono arrivati anche mamma Islam e il figlio Qasem 5 anni, profondamente traumatizzato dopo aver perso nei bombardamenti il padre e tre fratellini. Infine, a dicembre l’ultima famiglia: babbo Mutaz, barbiere, e mamma Nancy, con quattro figli, di cui l’ultima, di pochi mesi, necessitava di un intervento salva vita al Meyer.
Sono tre famiglie che dalla striscia di Gaza sono state portate in Italia grazie a corridoi sanitari, attivati dalla Farnesina proprio nei casi di minori con necessità urgenti di cure. Sono arrivati al Meyer, la Prefettura si è attivata per trovare una sistemazione e da qui la collaborazione con Fondazione Giovanni Paolo II e la parrocchia di Sant’Agata in Arfoli. Oggi i bambini vanno a scuola, imparano l’italiano, i genitori sono coinvolti in attività con la comunità locale. “Siamo fuggiti dall’inferno e ci siamo ritrovati in un paradiso”, a volte dicono. Ma resta in loro l’amarezza per aver dovuto lasciare tutto, pur di salvare i loro figli; e anche la speranza di poter tornare, un giorno, a casa.
È Mutaz a raccontare la propria storia; al suo fianco c’è Christine Hezboune, operatrice della Fondazione Giovanni Paolo II da anni, palestinese nata a Betlemme. Con queste famiglie ha creato un legame forte, che va al di là della mediazione culturale. Dice Mutaz: “Per me è stato difficile lasciare la mia casa. Sono partito controvoglia, ma l’obiettivo era di salvare mia figlia e proteggerla dagli effetti della guerra”. “Abbiamo ancora contatti con i familiari a Gaza, riusciamo a sentirli con difficoltà, ma ci raccontano che la situazione non è migliorata, e sperano di riuscire a tornare in una situazione normale. Auguro alla mia Gaza la pace, che la gente torni a vivere in pace come succede in altre parti del mondo. La situazione però è molto difficile. Spero in una convivenza tra popoli, ma al momento non è facile. E per questo mi sento male per le persone che sono ancora a Gaza”.
In occasione dell’evento organizzato per la Giornata mondiale del Rifugiato, a Sant’Agata in Arfoli è arrivato anche Padre Ibrahim Faltas, membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Giovanni Paolo II, suo legale rappresentante in Terra Santa e direttore delle Scuole della Custodia di Terra Santa. “Noi stiamo facendo di tutto per tornare al dialogo fra popoli. Solo la strada del dialogo può portare a una soluzione. Ma da anni non ci sono incontri fra le due parti. Per questo chiediamo alla Comunità internazionale di svolgere il ruolo di terza parte, per favorire il dialogo fra le due parti. Violenza, guerra, vendetta, morti: sono tre anni di inferno a Gaza. Bambini che muoiono, feriti, o rimasti orfani. Le famiglie che sono arrivate qui in Italia parlano di inferno, dicono che oggi sono in paradiso. A Gaza non c’è niente, si muore anche di fame e di sete. E anche in Cisgiordania la situazione è difficile, le persone sono disperate. I cristiani stanno lasciando la zona perché sono tre anni senza speranza. Un disastro”.
Damiano Bettoni, per Fondazione Giovanni Paolo II, spiega come funziona l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo, e quali sono le difficoltà: “Da Gaza la prima famiglia è arrivata un anno fa, e poi altre due: sono famiglie che hanno minori con difficoltà sanitarie, accolte al Meyer e tramite la Prefettura abbiamo avviato questa esperienza con la parrocchia qui di Sant’Agata. È un’esperienza forte, accogliere qui persone che hanno visto sparire tutto con la guerra. Aiuta tutti a capire che sono persone, esseri umani con sogni e vite che improvvisamente vengono spazzati via”. Le difficoltà maggiori nell’accoglienza? “Noi come Fondazione accogliamo un’ottantina di persone, provenienti da diverse parti del mondo. La difficoltà maggiore è legata al modello attuale: c’è l’idea che si debbano fornire soltanto cibo e sussistenza di base. Manca tutto quello che è sociale, integrazione, assistenza, percorsi. E questo riusciamo a farlo solo grazie ai tanti volontari che ci sostengono”.
L’appuntamento, moderato dal giornalista Riccardo Bigi, ha visto la presenza e i saluti del sindaco di Reggello, Piero Giunti, e di don Roberto Brandi, parroco dell’unità parrocchiale di Reggello e Cascia, ed è stato l’occasione per tracciare un quadro della situazione su quanto sta avvenendo in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, ma anche in Libano e nello stesso Israele.

