10.02.2017  09:14

Giorno del Ricordo, la storia di Nadia Della Bernardina: cinque anni della sua vita nel campo profughi di Laterina

di Glenda Venturini
Il 10 febbraio da oltre dieci anni è stato scelto dal Parlamento italiano come “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli istriano-dalmati. Una delle ragazzine di allora, costretta a lasciare tutto con la sua famiglia e vivere nel centro profughi realizzato nella piana di Laterina, oggi ripercorre quegli anni


Con il fratellino nel campo profughi

Si celebra oggi, 10 febbraio, il Giorno del Ricordo: una data scelta nel 2005 dal Parlamento italiano per ricordare le vittime delle foibe e gli esuli istriani e giuliano-dalmati, costretti ad abbandonare le loro case pur di mantenere la cittadinanza italiana, dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia dopo la fine della seconda guerra mondiale. 

Tra quelli che furono gli esuli, c'è anche Nadia Della Bernardina, che aveva appena 17 anni quando, nei primi anni '50, fu accolta nel Campo numero 82 di Laterina. Ecco il suo racconto, che abbiamo raccolto grazie alla preziosa collaborazione dell'Anvgd, l'Assocazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, sezione di Arezzo, per la quale ringraziamo il responsabile Claudio Ausilio. 

"Sono arrivata al CPR di Laterina nel settembre del 1951, proveniente dal CSP di Udine dopo tre mesi di attesa, nella speranza di un trasferimento in qualche città che offrisse delle opportunità lavorative, come il lavoro di cui avevo tanto bisogno. Avevo 17 anni, mia sorella Marisa 19, e mio fratello Giuliano ne aveva appena 3. Mia mamma Gemma, come a Pola, restava il cuore della nostra famiglia. Ricordo che arrivammo a Laterina un pomeriggio, ma non rammento la data. Ad attenderci, un camion in dotazione al campo profughi che ci portò a destinazione. Non dimenticherò mai quel veicolo: l’impatto fu devastante; ma l’arrivo al campo di Laterina non fu da meno.

Era un paesino di circa 800 anime, e il campo profughi era sito proprio sotto di esso, nella vallata. Una specie di fortezza che mirava dall’alto la piana che diventò di colpo la nostra nuova casa. Alla vista di quelle baracche numerate, ex campo di prigionia, scoppiai in pianto. La disperazione ebbe il sopravvento al momento dell’assegnazione dei pagliericci e della baracca numero 9. Consisteva in uno spazio angusto con delle coperte militari come pareti. Fui attaccata dal terremoto dei ricordi: avevo lasciato la mia città, le mie origini, parte della mia famiglia, gli amati nonni, le amicizie, i primi amori, per ritrovarmi in una vallata adibita, o meglio, trasformata da campo di prigionia in un campo di accoglienza.

Il desiderio di tornare a “casa”, nella mia Pola, era impellente, ma la logica ebbe la meglio riportandomi all’amara realtà. Annegai il mio sconforto blindandomi nella baracca per 3 mesi. La depressione mi attanagliava, la mente era ingabbiata in una realtà illusoria fatta più che di memorie, di fantasmi, nell’amara consapevolezza che non solo ciò che era, ma anche ciò che ero io, la mia identità, era ormai un’ombra, un inganno. Ma il tempo elargì il suo dono: ero giovane, e gradualmente iniziai ad interagire con la vita nel campo, con altri coetanei con cui condividevo la tragedia dell’esodo. Il trasferimento dalla baracca numero nove, alla quattro, contribuì e di molto, al recupero psicologico mio e dei miei cari. La nuova situazione abitativa ci faceva sentire meno prigionieri.

Con il trascorrere dei giorni, dei mesi, mi venne offerta l’opportunità di lavorare presso gli uffici del campo, vicino ad altri impiegati ministeriali, di cui a tutt’aggi ricordo nomi e volti: fu forse il periodo migliore, mi sentivo benvoluta, quasi una di loro. Le 118 lire al giorno (due quindicine al mese), fu sussidio che garantì perlomeno quel panino con la mortadella che tutti ricordiamo. La baracca numero 2 era adibita ai nostri risoluti svaghi, dove organizzavamo qualche festicciola, ma anche le passeggiate lungo l’Arno erano fonte di svago. Il campo sportivo era il luogo dove i nostri ragazzi davano saggio della loro abilità nel calcio, e le partite erano sempre vissute come un evento irrinunciabile.

Mi fermo qui. Ci sarebbe molto altro da dire ma i ricordi che affollano la mente, grazie anche a questo ritorno all’archivio della memoria, sono troppi e meriterebbero troppo spazio e tempo da dedicare. Concludo nella speranza che questi pochi frammenti di vita da esule, contribuiscano nel far rivivere il RICORDO a chi, come me, lo ha vissuto sulla propria pelle, ma soprattutto alle nuove generazioni, affinché possano perpetuare la nostra storia, e tramandarla ai nostri figli, nella continuità. Oggi, fortunatamente, gli strumenti ci sono".

Per approfondire la storia del Campo Profughi di Laterina, questo è il dossier che Valdarnopost ha dedicato a questa struttura e alle storie di chi ci ha vissuto. 

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