25.06.2016  08:03

Denio, l’artigiano delle biciclette. “Così ho imparato il mestiere, nelle botteghe di due grandi maestri”

di Glenda Venturini
Quello del biciclettaio è uno dei mestieri che in Valdarno vanta una lunga tradizione artigianale. Un lavoro “manuale”, che è frutto di passione e competenze. Da Veloce Gagliardi a Marcello Francalanci, la storia di Denio Calbini è quella di un ragazzo di bottega diventato un artigiano. “Avevo 11 anni, quando ho iniziato. Quei maestri non mi hanno insegnato un mestiere: sono stati maestri di vita”


Un mestiere che è anche una passione, un lavoro che è abilità manuale e artigiana. Quello del biciclettaio, per Denio Calbini, che da oltre quarant’anni ripara le biciclette di mezzo Valdarno, più che un lavoro è un pezzo di vita. “Avevo 11 anni quando ho cominciato a imparare, praticamente in bottega ci sono nato e cresciuto”, ricorda.
 

 
Erano gli anni ’70, ogni famiglia sangiovannese aveva almeno una bicicletta. “E io, poco più che un bambino, guardavo Marcello Francalanci che riparava quelle bici. Poi, nei fine settimana, andavo nella bottega di Veloce Gagliardi. Ho imparato il mestiere da questi due grandi maestri, che per me sono stati prima di tutto maestri di vita. Mi hanno insegnato ad ascoltare, a parlare con la gente, a stare al mondo”.
 
Cresciuto in un’isola felice, quella valdarnese, che la passione per la bicicletta non l’ha mai dimenticata, oggi Denio nella sua bottega ha appese le foto dei suoi maestri e di quando era bambino, sempre insieme a una bicicletta. “Nonostante il boom economico e la diffusione delle macchine, devo dire che il Valdarno mantiene ancora una tradizione alta, nel settore: qui si concentrano professionalità che in Toscana non esistono, biciclettai storici che si sono adeguati ai tempi ma non hanno perduto le competenze. Forse sono l’unico, semmai, che ha mantenuto il legame strettissimo con il passato per la manualità, per quel senso di artigianalità che è alla base del mio metodo”.
 

 
In bottega entrano clienti che sono per lo più amici, si scambiano due chiacchiere, si prende il caffè. Mentre Denio ricorda: “Cresciuto in bottega, a 14 anni andai a lavorare per l’Atala a Firenze. Poi mi fu offerto un posto in comune, a San Giovanni: avrei dovuto fare l’idraulico. Qualcuno avrebbe accettato al volo, io avevo un gran mal di pancia. E fu in quel momento che Marcello Francalanci, dal quale avevo lavorato per anni, mi disse: non posso più tenere aperto, se vuoi ti vendo il negozio. Dissi subito di sì”.
 
Da allora, Denio ha lasciato quel negozio e, dopo aver lavorato come rappresentante nel settore per un po’ di tempo, è tornato a riaprire bottega. “Qui mi sento bene, è un po’ come una seconda casa. Tra l’altro ci passo 14 ore al giorno, cos’altro dovrebbe essere?”. E dopo quarant’anni in bottega, alla pensione ci pensa? “Per un artigiano la pensione è un pensiero lontano – dice mostrando la famosa busta arancione dell’Inps, ricevuta da poco – tanto, comunque sia, questa passione, questa voglia di mettere le mani negli ingranaggi non me la leverebbe nessuno”. 

Economia / Cultura

 
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